vita

Sono nato a Napoli, una delle più antiche metropoli del Mediterraneo, da cui ho ereditato culture millenarie. Napoli rappresenta il mistero più profondo della mia esistenza. E ho vissuto in diverse città europee e statunitensi, alla ricerca costante di una risposta ai tormenti tipici di ogni animo libero.

Ho iniziato a lavorare con le parole quando avevo dodici anni seguendo mio padre nelle redazioni dei giornali della mia città. Si lavorava gratis. Si regalava la propria passione con l’abbondanza dei gamberi nelle nasse: non si poteva contare, ma si sentiva bene il peso. Mio padre scriveva solo con gli indici, il rumore di quelle prime tastiere semi automatiche risuona ancora nella testa ogni volta che mi siedo alla scrivania. Sono cresciuto rifugiandomi nella lettura, amando autrici e autori, soprattutto sudamericani, che in un modo o nell’altro mi hanno cambiato la vita. Ho ereditato decine di libri in lingua originale da mio nonno, soprannominato Lo Scopritore d’America, emigrante in Venezuela, paese in cui è nata e cresciuta mia madre; da bambino giocavo a riscriverne il finale, leggevo le versioni in spagnolo o in francese e poi quella in italiano. Mi piaceva perdermi nelle infinite sfumature linguistiche che potevano rendere una stessa immagine.

Riguardo a Napoli e alla mia infanzia ci sarebbero molti dettagli da rivelare. Ricordo tutto con una certa nitidezza, eppure mi rendo conto di aver passato tutto questo tempo a cercare di dimenticarmene. Ricordo le strade rumorose, rumori di gente e di cose, una vita in tumulto tra i banchi dei mercati, una musica fatta di note trascinate nelle ultime sillabe delle parole, la lotta contro il tedio quotidiano grazie a quel poco che gli altri bambini ed io possedevamo, la nostra bocca e le nostre mani. Napoli era così, una culla di forze umane e marine, e lo sentivi, bastava ascoltare in qualsiasi vicolo. Le tue ossa sapevano ascoltare, non le orecchie, e nemmeno il cuore, come si suol dire quando si cercano parti sconosciute del corpo e si dà loro quel nome. Erano le ossa, che si forgiavano con la musica delle strade buie tra i vecchi palazzi di Forcella, o all’ombra dei colossi del Centro direzionale, vetro e ferro a tonnellate.

La vita, per un bambino nella mia situazione, non si preannunciava molto rosea, non avrei avuto un corpo sano, longilineo, né i capelli forti e pieni di luce; non mi sarei nutrito con cibo di prima qualità, non avrei frequentato i centri sportivi, le squadre di pallanuoto o le palestre, né tanto meno le biblioteche. A Napoli, non sono mai riuscito ad andare in giro con un libro in mano, senza essere deriso o aggredito dagli altri bambini, perché gli altri bambini odiavano chi si ribellava alla rassegnazione.

È stato allora che ho incominciato a rifugiarmi nella lettura; leggevo le storie degli altri perché non mi piaceva la mia, con l’innocente illusione di poterne fuggire. La fuga è il sogno dei poveri. Mi procuravo i romanzi degli autori stranieri nel mercato di Resina, a Ercolano. Era un posto enorme, soprattutto per un bambino, potevo rimanerci per giornate intere. Ricordo che arrivavano queste balle enormi, piene di vecchi vestiti usati. All’interno dei vestiti, giacche e soprabiti tedeschi, uniformi americane, francesi, inglesi, si potevano trovare oggetti di qualunque genere, orologi, cartoline, penne stilografiche, occhiali, di proprietà di chi aveva indossato quei vestiti, inconsapevole che un giorno una massa informe di ragazzini li avrebbe ispezionati. Con l’avidità degli affamati ce li passavamo sulle nostre teste, gli altri cercavano soldi, io cercavo libri.

Per me, soltanto sentire l’odore di quegli stracci, che in napoletano si chiamano pezze, era sufficiente a immaginare di partire un giorno. A volte, dentro le tasche dei vestiti c’erano vecchi libri consumati dall’abbandono, me ne appropriavo senza dovermeli contendere, era roba che si vendeva raramente, te li tiravano dietro per pochi spiccioli. Ero piccolo e sporco, passavo inosservato tra i banchi dei venditori che cantavano come galli, inventavano canzoni per attirare i clienti o per le belle ragazze che passavano. La donna era musa ispiratrice, pilastro portante di quella società. Portavo con me un sacchetto di tela rubato alle suore e lo riempivo con tutto quello che riuscivo a caricare sulle spalle: mi innamoravo delle copertine, come quelle vecchie copertine senza disegni delle primissime edizioni Molinard, prima ancora di conoscere il contenuto, ne sentivo il sapore e l’odore. Per me, leggere è stata dapprima un’attività fisica, il peso di quelle buste rubate nell’istituto era insopportabile, eppure nessuno mi obbligava a farlo, decidevo di testa mia; poi, è diventata un’attività mentale, non solo ho imparato a leggere, ma a farlo in varie lingue, bastava trovare lo stesso romanzo anche in italiano e fare il confronto pagina per pagina, frase per frase. Quando uscii dall’istituto, avevo diciott’anni ed ero pronto per andarmene a vivere in un altro Paese. Ecco, è così che sono arrivato in Francia per la prima volta, era più o meno il 1999.

Dopo gli studi universitari, ho deciso di partire per gli Stati Uniti e ho fatto i mestieri più disparati, il cameriere e il lavapiatti, a Miami, il veilleur de nuit (un lavoro che faccio tuttora), poi l’autista di un vecchio poeta cieco, a Siviglia, il cartello umano a San Diego, in California, il controllore di volo, poi ho insegnato italiano e tenuto conferenze nelle università, ho lavorato a bordo di navi cargo e da crociera e visitato molti paesi, i Caraibi francesi e americani, le isole del Mediterraneo, ho vissuto anche in Uruguay e Argentina, alla continua ricerca di nuove storie. Ho cambiato mille lavori e rinunciato a altrettante allettanti carriere. In altre parole, ho sempre lavorato per pagare l’affitto e sopravvivere mese dopo mese, ma anche -e soprattutto- per imparare a raccontarlo.

Il mio legame con l’Italia è diventato col tempo un legame linguistico: a volte ho l’impressione di vivere nella lingua, che trasformo e investigo attraverso i miei personaggi.

Scrivo perlopiù di antieroi, come il commissario plurirattoppato e nemico delle istituzioni, Antonino Bellofiore; l’anziana prostituta e filosofa di strada, la Signorina Rosario Rossi; il vecchio marinaio Pancrazio Farabosc, scappato da una casa di riposo a ottantasei anni; o il dottor Giovanni Marealto, un cinico e sprezzante cardiologo che ha scoperto come funziona “la meccanica dei sentimenti”. Individui marginali che lottano per dare un senso alla loro esistenza e alle loro sfortune, e cercano a fatica uno spazio nel mondo, un mondo in cui “gli idioti possono rivelarsi i più geniali e astuti di tutti”. Molte protagoniste dei miei romanzi sono donne, donne forti e indipendenti, rivoluzionarie, ma allo stesso tempo fragili e vittime delle società maschiliste, come la pianista jazz Marie Dumas, “portatrice sana di note blu”; Anne Deberly, l’eccentrica pittrice parigina; Tanja Schwarz, donna di mare, indomabile e irrintracciabile; Meli Montreux, innamorata di un perfetto idiota; Resi Demrosi, ballerina volgare e infermiera in fuga; o ancora, Camilla Fàa Gonzaga, la prima donna italiana ad aver scritto le sue memorie in prosa raccontando tutto ciò che il potere dell’uomo le ha portato via, era il 1616, un atto di denuncia di incredibile attualità, che ho provato a riscrivere in prima persona.

Ho scritto 15 romanzi e 2 raccolte di racconti. Alcuni miei libri sono stati pubblicati da bravi editori, appassionati e coraggiosi nell’investire su di me anche se non carico video demenziali su Youtube e non mi scatto foto con il sindaco uscente del mio paese. Altri sono diffusi gratuitamente nelle scuole da Articoli Liberi, una piccola associazione culturale nata dalla passione -e dalla follia- di un gruppo di amici, convinti, come me, che dopo essere stati stampati, i libri debbano essere messi davanti alle scuole, in quelle piccole casette di legno con le porticine anti pioggia, e i bambini e le bambine debbano avere libero accesso a tutte le copie che vogliono.

3 romanzi e molti racconti sono ancora inediti. Anche le mie poesie sono inedite. Sono contrario all’editoria a pagamento, non solo per una questione etica, ma per il totale caos che ha gettato su questo campo.

Queste foto, me le ha scattate il mio amico Marek Fogiel.

Amo la letteratura latinoamericana e il realismo magico. Ho tradotto per passione diversi romanzi di autori e autrici sudamericani; passo intere nottate a scrivere e tradurre mentre lavoro come custode. Tradurre ti insegna a scrivere con più modestia. E nel lavoro che faccio oggi ritrovo la magia scoperta da bambino nei vecchi libri di mio nonno che conservo qui accanto a me.

Vivo tra la Francia e gli Stati Uniti da quando avevo vent’anni; attualmente la mia famiglia ed io ci siamo stabiliti a Cruseilles, un paesino a circa un’ora da Lione. Non ho uno smartphone, né un account social, ci ho provato ma mi toglieva troppo tempo, mi distraeva.

I miei romanzi e molti racconti sono ambientati a Parigi, Nizza e Marsiglia, le tre città che conosco meglio. Mi dedico con passione e costanza alla mia attività letteraria, scrivendo e leggendo per almeno dieci ore ogni giorno, anzi, ogni notte. E riscopro di continuo la bellezza delle piccole cose insieme a una bambina meravigliosa che si chiama Matilda Iodice.


Se hai intrapreso da poco questa carriera, mi sento di darti soltanto un consiglio: non fidarti di nessuno e continua a scrivere. Quando senti che non puoi farne a meno, quando tutto il resto non ha importanza e soprattutto quando senti di avere qualcosa da dire, dilla!, fregatene delle stronzate che ti racconteranno i faccioni della TV e i loro seguaci, delle regole che inventano nelle scuole di scrittura, delle misure che prendono con il metro a Dio solo sa cosa, e anche dei cattivi consigli di chi ti ama, perché, purtroppo, neanche chi ti ama può sapere qual è il solo consiglio che dovrebbe darti. Perché scrivere è un lavoro che ti obbliga a cercare le certezze solo nelle tue mani. Le mani degli altri possono servire a tante altre belle cose, ma non a questo.

f. i. Marzo 2019

2 pensieri riguardo “vita

  1. Con la modestia che lo caratterizza, Frank ci sta dando una lezione di vita.
    Sono fortunato ad averlo come amico.

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