Un perfetto idiota

Sta per uscire il mio nuovo romanzo, Un perfetto idiota, per le Edizioni Il Foglio, di Gordiano Lupi. Se ti va, scrivi una recensione su Amazon o da qualche altra parte.copertina-un-perfetto-idiota_iodice

Marsiglia, un gruppo di minori affidato a un custode notturno, totalmente inesperto; sua moglie, che resta sveglia ogni notte ad aspettarlo; una bambina di sei anni, che si affeziona a lui e farà di tutto per restargli accanto; una giovane educatrice, che decide di cambiare vita e si lascia coinvolgere in un riciclaggio di denaro e azioni bancarie; e una vecchia prostituta argentina, che rivive la sua storia d’amore con il suo primo fidanzato, nel frattempo diventato parroco. Un romanzo sul peso del giudizio: una storia d’amore tra un uomo, una donna e una bambina.

“Lo zainetto di Odette era uno zainetto da grandi, non c’erano dinosauri, balene, né tutta quella roba per bambini, e lei lo sapeva perché lo trattava come una donna adulta tratta la sua borsa, con la noia verso qualcosa da trascinarsi sempre addosso e la devozione per un oggetto magico che contiene tutti i suoi segreti. Era bianco, si chiudeva con un laccio, quindi dovevi anche saper fare il nodo, e non un nodo qualsiasi che si impara a cinque anni, con le due farfalline che si incrociano, ma uno abbastanza forte da allacciare e slacciare tutte le volte che ti pare senza che si ingarbugli. E comunque, anche quando si ingarbugliava e si creavano più nodi uno dentro l’altro, Odette aveva la sua tecnica per scioglierli tutti. A me, non l’ha mai spiegata.”

Acropolis

Il quindici aprile, in un ufficio della MC Lab, alle porte di Monaco, si riunì un’equipe di medici coordinata da Douglas Sarrazino, rettore dell’università e ricercatore del Saint Roch. Da diversi anni, Sarrazino e i suoi colleghi conducevano degli studi sulla cura del diabete ed erano arrivati, quella sera, a una svolta fondamentale.
Copertina Acropolis

Erano in quattro: il dottor Costa, un ricercatore portoghese; il dottor Divizio, italiano; il giovane medico nizzardo Olivier Flores; e Sarrazino, responsabile del laboratorio. Flores era stato l’ultimo a unirsi all’equipe, era un collaboratore fidato di Sarrazino, laureato da pochi anni.

Quella sera a Monaco pioveva talmente forte che il mare saliva fino in strada e riempiva qualunque cosa di una vaporosa schiuma bianca. La sede della MC Lab era a due minuti dal porto, a Fontvieille; si sentivano i lamenti delle barche e il vento che si perdeva contro le vecchie case di Cap d’Ail, sui campi da tennis appena tirati a lucido. Il lavoro dell’uomo, al cospetto di quella forza con cui la natura violentava la costa, era messo in ridicolo.

Olivier Flores guardò fuori e sentì il rumore della pioggia più forte e più vicino; i suoi colleghi non sembravano spaventati quanto lui. La decisione che stavano prendendo poteva essere discutibile, avevano intenzione di parlare della loro scoperta al Salone internazionale sul diabete, che si sarebbe tenuto nel palazzo dei congressi di Nizza, meglio conosciuto come Acropolis, il tre maggio dello stesso anno.

Flores prese Sarrazino da parte e gli disse:

«In confidenza, Douglas, io ho paura che sia troppo presto. Può essere pericoloso, sai a cosa mi riferisco.»

Le loro sagome diventarono nere quando si fermarono davanti alla moderna parete di vetro.

«Non importa,» rispose Sarrazino guardando la porzione di porto tra i grossi edifici grigi, «non importa se correrò dei rischi. Ho fiducia nei miei colleghi. Il Signore ci proteggerà Olivier, vedrai!»

Ma il Signore, probabilmente impegnato altrove per questioni più importanti, non protesse nessuno di loro.

Gli appunti necessari

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A Nice c’è gente che non ride mai e gente che ride sempre; Nice è anche definita la città dei pazzi.

Don Emilio il torinese salì sul Tgv in direzione Parigi. Fontaine gli aveva comprato i biglietti e prenotato una camera non lontana dal ministero. L’eccitazione del vecchio don Emilio era paragonabile a quella di un ragazzino che stesse partendo con i compagni di classe per la gita a Disneyland. Sotto il berretto degli Yankees, i suoi pochi capelli bianchi respiravano male. Il caldo può diventare fastidioso; tutto dipende da quello che abbiamo sulla testa.

Il treno partì lentamente; non lo aveva accompagnato nessuno e non lo aspettava nessuno. Le stazioni possono essere luoghi solitari se non c’è nessuno ad aspettarci al nostro arrivo. Don Emilio se ne fregava, perché dopo quella missione lo aspettava un weekend alle Canarie in mezza pensione, piña colada inclusa. Fontaine era uno che manteneva le promesse; da quando lo aveva tirato fuori dall’ospedale, era diventato come un padre. Un padre più giovane di lui, una specie di padre spirituale.

In ospedale c’era gente che gridava e che spariva da un giorno all’altro, e c’erano le sbarre alle finestre. Dalla sua camera si vedeva il Paillon, e le case basse tra le officine e i fumi del Pasteur.

Su un foglietto stropicciato aveva scritto l’indirizzo del ministero, il nome di quell’ispettore, Philippe Zappalà, e il nome dell’albergo. «Buongiorno, ho una prenotazione a nome Emilio,» ripeteva. Le prove andarono avanti da Marsiglia a Lyon, i passeggeri che sedevano di fronte a lui lo scambiarono per un attore prima dello spettacolo; e da un certo punto di vista avevano ragione. Lo guardarono con curiosità soprattutto perché mentre provava il suo arrivo in hotel, gesticolava talmente tanto che era impossibile passare inosservato. I suoi occhi erano poco disposti a guardare realmente ciò che avevano davanti; l’unica cosa a cui pensava era la sua vacanza alle Canarie, non gli importava della gente che lo stava fissando da quando erano partiti. «Buongiorno, ho una prenotazione a nome Emilio, il suo cognome?, non ho un cognome, non me lo ricordo più da molti anni, non possiamo darle una camera se non ha un cognome, ma io sono un amico di Marcel Fontaine!, e chi è Marcel Fontaine?, gliel’ho detto, è un mio amico.»

Alla Gare di Parigi, Emilio si abbottonò la cerniera della tuta e si avviò su rue Van Gogh verso il fiume. Era il giorno in cui l’allora ministro della salute diede scandalo facendosi immortalare su tutti i giornali mentre prendeva a calci un clochard in una caffetteria all’angolo di rue Lowendal.

Don Emilio era uno dei validi collaboratori di Fontaine, una specie di informatore. Si conoscevano da quando il medico era arrivato al sud e lo aveva fatto dimettere dal Sainte Marie. Emilio era aggressivo, sempre nervoso e pronto a fare a botte. Quando gli si rivolgeva la parola sembrava che si svegliasse da un brutto sogno e volesse prendersela col primo che capitava.

Don Emilio era pazzo? Lo era forse Colbert, che aveva lasciato moglie e lavoro a Parigi per inseguire la sua arte? O lo stesso Fontaine, che non frequentava mai i suoi colleghi medici e passava il tempo con la gente come Emilio, sempre per strada a chiacchierare e impicciarsi delle indagini della polizia?

Emilio era un arzillo settantenne che immaginava di avere ancora l’età per ubriacarsi con la piña colada. In treno aveva alternato alle prove generali del suo arrivo, la contemplazione delle ginestre e dei fiori di pesco viola e rosa. Aveva visto le mucche ululare e i cipressi spettinati dal vento.

Nella stazione parigina c’era gente all’apparenza diversa; a Nice la gente pare sempre incazzata e don Emilio aveva raggiunto la triste certezza di dover imitarla per conviverci serenamente che soltanto trattando male qualcuno, questi diventa gentile. Inutile tentare di persuaderlo del contrario; a settant’anni le idee mettono i capelli bianchi. Don Emilio il torinese aveva pochi capelli, irrimediabilmente bianchi. Camminando lungo il fiume, si ricordò della corsa su rue de France a Nice assieme a Fontaine. Avevano sparso la pittura dappertutto; aveva ancora le macchie bianche sulle scarpe e sui pantaloni.

L’hotel scelto dal medico era piccolo e puzzava di castagne, vicino alla Gare; la hall a forma di bottega, la polvere sulle chiavi e sui tavolini per le colazioni. O Fontaine aveva voluto risparmiare, o quello era l’unico posto disposto ad alloggiare uno come Emilio, il quale, ignaro dell’esistenza delle due possibilità, entrò e si schiarì la voce.

«Ho una prenotazione a mio nome.»

«Buongiorno, qual è il suo nome?»

«Io sono don Emilio.»

«E il suo cognome?»

«Quello non me lo ricordo più da un sacco di anni.»

«Non può prenotare una camera se non ha un cognome; da dove viene signor don Emilio?»

«Da Nice!»

«Ho capito, è tutto a posto, ha prenotato per lei il suo medico, il dottor Fontaine.»

«Poteva dirlo prima; è tutta la mattina che faccio le prove!»

Al primo piano, in una stanza buia, Emilio posò le sue cose e trattenne un urlo di gioia per aver trovato un posto al chiuso dove dormire; si sedette sul letto, schiena dritta, respirazione diaframmale, occhi ben attenti all’orizzonte immaginario degli attori, e attaccò con le seconde prove generali:

«Buongiorno, sto cercando l’ispettore Philippe Zappalà, lei chi è?, sono don Emilio, l’amico di Marcel Fontaine, e qual è il suo cognome?»

Sappiamo già come andrà il resto.

La fabbrica delle ragazze

Lo scrittore e editore Teodoro Giùttari, autore di un romanzo che custodisco con cura, Notti bianche al carcere, mi ha contattato a luglio del 2012 e nonostante il caldo soffocante di quell’estate, si è preso la briga di analizzare ad uno ad uno questi racconti. Sono storie scritte di notte, mentre lavoravo come guardiano, forse le ha sentite affini alle sue. Quando ci siamo conosciuti, Giùttari aveva già più di ottant’anni. Leggere la sua analisi dettagliata, lunga più di cinquanta pagine, piena di consigli su come procedere, note stilistiche e commenti ad ogni testo, mi ha commosso. A quella prima lettera ne sono seguite altre, per me molto significative. Questa raccolta, pertanto, è dedicata a lui.Copertina La fabbrica delle ragazze

Disinnamorati

Il signor Antonio Bellofiore lavora in una boulangerie di Roquebrune, nel sud della Francia. Ha lasciato Catania da dieci anni ormai, non se ne ricorda più, pensa alla sua città come a un bel posto che ha visitato e che piano tende a sparire dalla memoria, non ha voglia di torturarsi con l’idea di cosa sarebbe diventato se non fosse partito, preferisce impastare quello che ha davanti e non quello che ha nella testa. Bellofiore è un uomo alto e grosso, pesa più di novanta chili, ha barba folta e nera, le braccia dure, e ha un pensiero in mente, un’idea semplice per essere felice. Negli Anni Cinquanta, il sud della Francia era un posto più piccolo ed era più facile avere idee semplici per essere felici.

Impastare il pane è faticoso; un giorno il lavoro dell’uomo sarà effettuato dalle macchine, un giorno tutto sarà effettuato dalle macchine, poi dai computer e poi da chissà cosa, ma per il momento Bellofiore ha da fare e non pensa a nulla, guarda l’acqua diventare farina, l’odore diventare sudore e stanchezza, sembra che tutto si stia impastando assieme al pane, sembra che un’attività fisica non possa fare a meno di una sua componente psicologica. Il prodotto finale, pertanto, non è soltanto il pane ma qualcos’altro.

Bellofiore esce dalla boulangerie alle otto del mattino mentre i primi scolari si divertono a correre verso la scuola; finché non vi si trovano davanti, la corsa è divertente. Attraversa il paese per andare da sua moglie. Vivono in alto, dove il mare si sente meglio perché non c’è il vento della spiaggia che rende sordi e reclama la sua presenza millenaria. Sua moglie lo aspetta prima di andare al lavoro, è una maestra, una donna buona: non lascia mai il marito mangiare da solo. Mangiare da soli è triste quando tua moglie potrebbe raggiungerti e non lo fa.

A Roquebrune, in un appartamento al piano terra, Bellofiore e sua moglie ascoltano il rumore del mare e si ricordano un po’ di Catania, ma soltanto un po’.

«Hai fatto più tardi stamattina.»

«Ho dovuto aiutare la proprietaria.»

«Ti ho preparato il caffè, ma è freddo; ne preparo un altro.»

«No, stai qui con me!»

«Farò tardi…»

«Non importa, racconterai ai bambini che l’attesa è parte dell’apprendimento.»

«E cosa racconto al preside?»

«A lui dirai che sua moglie mi ha fatto lavorare un’ora in più anche stamattina.»

In un appartamento dal quale si sente il mare è facile ascoltare le proprie idee semplici. Il giardino è fiorito, le buganvillee sono viola e rosa, sono fitte, i loro arbusti hanno solide radici che assumono la sostanza delle mura dopo molti anni di simbiosi, come se le mura fossero fatte di arbusti e gli arbusti fossero fatti di mura. Il viale che passa davanti alla loro finestra è deserto, nessun rumore si avverte a quell’ora perché tutti i bambini sono già a scuola e gli insegnanti stanno facendo l’appello, Aliberti, Ahmed, Beauregard…

Quelli che hanno lavorato fino all’alba, eccetto Antonio Bellofiore, sono già nel loro letto e sognano che il giorno sia buio come la notte per dormire meglio. La strada è vuota: in un paese piccolo non c’è poi tanta gente in giro. Si sentono i rumori delle tortore che provano a cantare, ma non sono intonate per nulla, emettono strani suoni imitando gli uccelli veri, camminano a goffi passetti sul davanzale della finestra che è brillante come la sabbia.

«Smettila,» dice lei. Smettila, dicono tutte le donne che non vorrebbero mai che si smettesse, se a dirlo è una bocca vispa da bambina e un no diventa il più invitante dei sì. I vicini sono andati a lavorare, i loro bambini aspettano la maestra, seduti composti nei banchi di scuola, ma la maestra arriverà più tardi stamattina e spiegherà loro che l’attesa è parte dell’apprendimento. Le sue parole arrossate possono bastare. Quando saranno adulti, comprenderanno.
Copertina Disinnamorati

Mogli gelose

ImmagineUna volta, mia moglie è stata capace di far alzare alle sei del mattino una poveretta che era nostra ospite perché lei doveva andare al lavoro presto quel giorno e non voleva che io rimanessi da solo in casa con un’altra donna. Ti va di venire con me?, lavoro qui vicino, le ha detto, sarà un po’ presto, ma ne vale la pena. Certo, perché no! Magnifico, a quell’ora vedremo l’alba e possiamo fare colazione insieme prima che inizi il mio turno in agenzia, poi, se ti va, puoi andare in spiaggia, è giusto dietro l’angolo. Ma sì, mi farà bene svegliarmi un po’ più presto anche se sono in vacanza, ha risposto la nostra amica.
Ed ecco la traduzione:
Tu domani ti svegli all’alba e esci insieme a me perché in casa con mio marito non ti lascio per nulla al mondo. E va bene, se la metti così, ci vengo, tanto, tuo marito non mi piace neanche, è grasso!

[tratto da un romanzo del quale non posso ancora dire il titolo]