Perché ho scritto Un perfetto idiota

Quello che segue è un estratto della lunga chiacchierata con Giuseppe Iannozzi, riproposta anche da Katia Ciarrocchi, su Libero Libro. Ringrazio entrambi per lo spazio che mi hanno dedicato, e ringrazio anche Gordiano Lupi, che in questo momento sta presentando il mio e gli altri romanzi de Il Foglio alla prima fiera del libro di Firenze, Firenze Libro Aperto.

copertina-un-perfetto-idiotaSi scrive un romanzo perché si ha qualcosa di importante o urgente da dire. Per me, Un perfetto idiota è una dichiarazione di umiltà: umiltà nei confronti di questo lavoro, nei confronti di me stesso come autore e soprattutto come cittadino. Spero infatti che leggere la storia di questo custode senza un nome, che non si prende mai sul serio, aiuti ogni buon cittadino a mettere da parte il proprio ego e iniziare a porsi le domande giuste per reagire a quella che io definirei l’attuale “politica dell’odio”.

La letteratura è sempre stata un vettore per capire le dinamiche del mondo in cui viviamo e imparare ad articolare le proprie opinioni in maniera chiara e empatica. È per questo che amo leggere ed è per questo che ho deciso di scrivere questo libro. Come ha detto il mio amico e collaboratore Antonio Maddamma, questo libro è, come tutti i libri, “un atto d’amore”.

Ho scritto Un perfetto idiota prima di partire per gli Stati Uniti, vivevo ancora in Francia, lavoravo in una casa di affidamento per minori vicino Marsiglia, nell’estate del 2015. La stesura della prima bozza è durata qualche mese di lavoro intenso e frenetico, tranne sotto la doccia, non mi sono mai fermato, neanche mentre dormivo, perché non dormivo, avevo bisogno di raccontare quello che mi stava succedendo, un’esperienza assurda: ero diventato all’improvviso una specie di papà di quindici bambini senza genitori, affidati a me dalle otto di sera alle otto di mattina.

Stavo lavorando come custode notturno vicino Marsiglia, e per caso una sera il mio capo invece di mandarmi nel solito albergo in cui me ne stavo a scrivere le mie storie indisturbato, ha deciso di mettermi in una casa di affidamento in periferia.

Era una struttura enorme, divisa in più settori, un posto isolato in cui una volta si tenevano le sedute spiritiche. C’erano ancora le statuette massoniche sparse dappertutto, alcune senza testa. Senza alcuna formazione mi sono stati affidati quindici bambini tra i 4 e i 10 anni.

I due educatori che smontavano dal turno pomeridiano mi hanno indicato l’armadietto dei medicinali, la cucina, la sala comune e mi hanno detto “Te la caverai, hai fatto un sacco di lavori,” prima di chiudersi dietro la porta con un chiavistello. Il mio compito era quello di controllare che nessun bambino scappasse durante la notte, a quanto sembrava, ma appena il primo è apparso in corridoio con le lacrime agli occhi perché gli mancava la mamma, ho capito che non era esattamente così facile come mi avevano spiegato…

Dopo quel periodo trascorso nella villa dell’Escarène, comunque, ho incontrato altre persone incredibili, don Vito Palladino; Cedril Morel, l’affascinante truffatore parigino; Ciepiela, il falsario polacco, tutti avevano un posto già assegnato nella mia storia, che così è diventata un romanzo.

Le politiche dell’odio

Credo che in questo preciso momento storico, a causa delle cattive amministrazioni politiche e dei loro enormi interessi intrecciati con le grandi compagnie come Google o Apple, ci siamo fatti convincere che è impossibile vivere senza tecnologia, come quando ci è stato insegnato che la Coca-Cola era la migliore bevanda al mondo nonostante ogni paese avesse la sua bevanda tradizionale. Non solo, sempre per colpa della “dittatura tecnologica” soffriamo anche di una strana “malattia dell’ego” e passiamo il tempo a guardarci allo specchio e scattarci foto da soli.

La storia di un uomo che non ha neanche un nome e mette sé stesso alla fine di ogni ragionamento, forse, può insegnarci a concentrarci meno su noi stessi e farci riscoprire la nostra vera bellezza apprezzando prima quella degli altri.

Il comportamento del custode è al limite della sottomissione morale; se ne frega di sé stesso al punto di rinunciare alla propria felicità, ma allo stesso tempo, tra tutti i personaggi di questa storia, lui sembra l’unico ad avere qualcosa da raccontare. Quanto è importante il giudizio altrui e fino a che punto vale la pena fregarsene?

Juan Rodolfo Wilcock, uomo libero

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(Juan Rodolfo Wilcock; Buenos Aires, 17 aprile 1919 – Lubriano, 16 marzo 1978)

Juan Rodolfo Wilcock era uno scrittore argentino, amico dei grandi Bioy Casares, Jorge Luis Borges e Silvina Ocampo. Ecco come ne parla in una sua nota del 1957: “Borges rappresentava il genio totale, ozioso e pigro, Bioy Casares l’intelligenza attiva, Silvina Ocampo era tra quei due la Sibilla e la Maga, che ricordava loro in ogni sua mossa e in ogni sua parola la stranezza e la misteriosità dell’universo. Io, di questo spettacolo inconsapevole spettatore, ne rimasi per sempre affascinato.”

Già autore di opere apprezzate in Argentina, ha deciso di trasferirsi in Italia negli Anni ’50. Viveva a Lubriano, un paesino non lontano da Porto Ercole, dove è morto il Caravaggio, e dove ha portato avanti la sua attività letteraria lasciandoci un contributo vastissimo, saggi, poesie, romanzi, racconti, numerosi articoli su giornali che lo supplicavano di scrivere per loro, come Tempo Presente, La Nazione, L’Espresso e molti altri.

Wilcock scriveva direttamente in italiano, ciò rendeva il suo stile più “ruvido” e diretto al nocciolo delle questioni. Si occupava soprattutto di ciritche di spettacoli che non vedeva o di recensioni di libri che non esistevano. Roma per lui era lo spunto di riflessione da cui partivano le più divertenti e profonde critiche al nostro paese che io abbia mai letto.

L’humor di questo autore era degno dei grandi della letteratura, ma poiché nella vita privata provava una vera “sprezzatura nei confronti dei beni materiali” le sue opere non sono mai diventate il mezzo per sollevarsi da questa sua situazione, a cavallo tra la miseria e l’immensa ricchezza morale. La sua “sprezzatura” lo ha salvato dalla fame di successo e di ricchezza, una fame che ci insegnano a sentire fin da quando ci mettono i voti nelle pagelle.
Vestiva alla buona e rimaneva rintanato per giorni se aveva qualcosa di interessante da scrivere. La magia del paesino sull’argentario lo aiutava forse. Oppure si trattava di quella certa pazzia di alcuni individui che hanno scoperto il segreto dei meccanismi del sistema in cui viviamo e, proprio per questo, vengono isolati. Nonostante ciò, si è circondato di voci importanti come Alberto Moravia, Elsa Morante, Roberto Calasso, Ginevra Bompiani.

Tre allegri indiani pubblicato dagli Adelphi è un capolavoro. Leggerlo mi ha fatto ricredere su tante sicurezze in cui ci rifugiamo per evitare di pensare umilmente alla sola certezza che la vita ci ha riservato… E non sto parlando di Dio. Per carità!

Le poesie di J. R. Wilcock sarebbero degne dei programmi scolastici dei nostri figli, insegnerebbero loro che oltre agli “ermi colli” e ai “rami dei laghi” l’Italia è fatta di contraddizioni e bugie che iniziano dalle amministrazioni politiche e coinvolgono tutti noi, anche il più onesto:

Se qualcosa dovrà salvarsi
bisogna dirlo presto e chiaro:
non siamo qui per nessun fine accertabile,
il più grande poema è la Commedia,
né il sole né la luna sono finora mancati.

Presto, finché la lingua esiste:
su colonne di porfido il cielo trema,
porfido verde con vene di malachite
incrostato di fave di madreperla
e un filo d’oro che traccia d’alto in basso
corsivamente l’identica Parola.

Il mondo è pieno di figli di nessuno.
Tremano le colonne, dai cespugli emergono
bestie con tre o più teste, bestie nuove;
le stelle cadono come gocce di pioggia,
sciiti e mongoli muovono eserciti
e alla luce dei lampi fuggono facce
bianche atterrite e unte di petrolio.

E infine, giacché per vizio o per sfortuna in queste pagine mi occupo più o meno di scrittura creativa e di “infruttuosi” mestieri, non posso evitare di ricordare Il reato di scrivere (Adelphi 2010), un piccolo saggio sul mestiere dello scrittore in cui i critici letterari sono messi alla gogna e i giovani autori saccenti si fanno coinvolgere in battute di caccia in cui la selvaggina è il loro ego smisurato.

Un Gattopardo nella Chiesa

La scalinata della Chiesa Madre (Palma di Montechiaro) Fonte: Antonio Politano
La scalinata della Chiesa Madre (Palma di Montechiaro) Credits: Antonio Politano

La relazione amicale, quasi fraterna, tra il protagonista de Il Gattopardo e padre Pirrone si sviluppa sul filo del pubblico e del privato. Questi sono a volte un principe e un prete, altre volte due uomini alla stregua di una Sicilia che non cambierà mai né loro né sé stessa. La malinconia metafisica di don Fabrizio, “immenso principe” e uomo solo sotto le sue stelle, non servirà a giustificare comportamenti fuori dalla legge cristiana cui tutti sembrano aver prestato giuramento solenne. Dopo aver peccato nel bordello palermitano, il principe dovrà confessarsi come chiunque altro in città. Non ha alcun potere contro la volontà del buon pastore, all’occorrenza amico, ma non quando si tratta di far rispettare il sacramento della confessione. E in altre occasioni il potere del principe verrà messo in discussione. Non conta ciò che prova, ad esempio, quando il soldato morto nel suo giardino “porta’” la storia della nazione nella storia del romanzo. “Il soldato è morto per il Re, che difende la Chiesa” sentenzierà il prete, e nessuno oserà contraddirlo.

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Presto in libreria il mio nuovo romanzo: Matroneum

*Aggiornato al 23 luglio 2017

Quello che segue è l’articolo che ho scritto lo scorso inverno alla Florida State University, dal quale ho tratto spunto per il mio nuovo romanzo, intitolato Matroneum, in uscita nei prossimi mesi. Ringrazio Silvia Valisa, che mi ha fatto conoscere la storia di Camilla Faà Gonzaga.

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La Marchesa Colombi e il riso amaro delle femministe

Cari lettori, non prendete queste righe seriamente, io sono solo uno che scrive libri, non ho alcuna intenzione di diventare un critico letterario né di esprimermi come si esprimono gli accademici, con tutti quei paroloni ricercati in fondo ai vocabolari. Pertanto il formato di questo articolo e lo stile con cui si presenta sono il frutto della mia creatività e non vi consiglio di copiarlo per il vostro esame di fine anno o per un compito in classe. La critica di solito sostiene una tesi e poi la supporta sulla base di tesi già esistenti, usando le parole degli altri. Io non ne sento alcun bisogno, questo è un meccanismo contorto che forse piace a chi vuole fare carriera accademica; e non ambisco ad apportare alcun contributo al dibattito critico perché non è il mio dibattito; vivo in altri mondi e provo a mettere il mio contributo direttamente nel cuore della gente quando ho almeno sei mesi per scrivere un romanzo.

In risaia, di Maria Antonietta Torelli Vollier, in arte La Marchesa Colombi, è un romanzo di fine ‘800 in cui si descrive il mondo delle mondatrici, le donne che lavoravano nelle piantagioni di riso in un’Italia provata dalle lotte per l’unità. La Marchesa Colombi è stata una delle prime autrici ad occuparsi di “riso amaro”. L’Italia del XIX secolo era fondamentalmente patriarcale e misogina. Grazie alla testimonianza umana e letteraria di donne come lei, questa appendicite culturale era destinata ad essere estirpata. La vita e le opere dell’autrice riveleranno una donna sicuramente eccezionale, se è vero che essere sé stesse a volte vuol dire essere eccezionali.

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Follia Fantastica nella Scapigliatura milanese

scapigliatiPremettendo che nei libri di scuola si parla per centinaia di pagine del Manzoni e del Leopardi e si dedica sì e no un paragrafo e mezzo a questo movimento che si oppose in realtà al perbenismo degli autori romantici italiani, alla loro attaccatura morbosa alla donna intesa come oggetto e alla loro maniera di trasformare ogni amore in una specie di tragedia, mi sono posto in queste pagine una domanda specifica: a chi si ispireranno gli scapigliati?, che significato avrà la loro follia sociale nel gioco di giustapposizione con la follia dei loro personaggi?, e soprattutto, di che tipo di follia si tratta? In realtà le domande sono tre, ma basterà una sola risposta.

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Quelle suore che mi toccavano il pisellino

Gli assistenti sociali mi misero in braccio a una suora – quel posto era gestito dalle suore, tutte vecchie e grasse – e lei mi accarezzò il viso, la sua mano era ruvida, l’alito puzzava come quell’acqua stagnante nei vasi delle rose davanti alle statue dei santi. Come ti chiami bel bambino?, mi chiese la suora. Io non risposi.

the-nunRiguardo a Napoli e alla mia infanzia ci sarebbero molti dettagli da rivelare. Ricordo tutto con una certa nitidezza, eppure, allo stesso tempo, mi rendo conto di aver passato tutto questo tempo a cercare di dimenticarmene. Ricordo le strade rumorose, rumori di gente e di cose, una vita in tumulto tra i banchi dei mercati, una musica fatta di note trascinate nelle ultime sillabe delle parole, la lotta contro il tedio quotidiano grazie a quel poco che gli altri bambini ed io possedevamo, la nostra bocca e le nostre mani. Napoli era così, una culla di forze umane e marine, e lo sentivi, bastava ascoltare in qualsiasi vicolo. Le tue ossa sapevano ascoltare, non le orecchie, e nemmeno il cuore, come si suole dire quando si cercano parti sconosciute del corpo e si dà loro quel nome. Erano le ossa, che si forgiavano con la musica delle strade buie tra i vecchi palazzi di Forcella, o all’ombra dei colossi del Centro direzionale, vetro e ferro a tonnellate, troppo alti e difficili da capire.

La vita, per un bambino nella mia situazione, non si preannunciava molto rosea, non avrei avuto un corpo sano, longilineo, né i capelli forti e pieni di luce; non mi sarei nutrito con cibo di prima qualità, non avrei frequentato i centri sportivi, le squadre di pallanuoto o le palestre, né tanto meno le biblioteche. A Napoli, non sono mai riuscito ad andare in giro con un libro in mano, senza essere deriso o aggredito dagli altri bambini, perché gli altri bambini odiavano chi si ribellava alla rassegnazione.

Era stato allora che avevo incominciato a rifugiarmi nella lettura; leggevo le storie degli altri perché non mi piaceva la mia, con l’innocente illusione di poterne fuggire. La fuga è il sogno dei poveri. Mi procuravo i romanzi degli autori stranieri nel mercato di Resina, a Ercolano. Era un posto enorme, soprattutto per un bambino, potevo rimanerci per giornate intere. Ricordo che arrivavano queste balle enormi, piene di vecchi vestiti usati. All’interno dei vestiti, giacche e soprabiti tedeschi, uniformi americane, francesi, inglesi, si potevano trovare oggetti di qualunque genere, orologi, cartoline, penne stilografiche, occhiali, di proprietà di chi aveva indossato quei vestiti, inconsapevole che un giorno una massa informe di ragazzini li avrebbe ispezionati. Con l’avidità degli affamati ce li passavamo sulle nostre teste, gli altri cercavano soldi, io cercavo libri.

Per me, soltanto sentire l’odore di quegli stracci, che noi chiamavamo pezze, era sufficiente a immaginare di partire un giorno. A volte, dentro le tasche dei vestiti c’erano vecchi libri consumati dall’abbandono, me ne appropriavo senza dovermeli contendere, era roba che si vendeva raramente, te li tiravano dietro per pochi spiccioli. Ero piccolo e sporco, passavo inosservato tra i banchi dei venditori che cantavano come galli, inventavano canzoni per attirare i clienti o per le belle ragazze che passavano. La donna era musa ispiratrice, pilastro portante di quella società. Portavo con me un sacchetto di tela rubato alle suore e lo riempivo con tutto quello che riuscivo a caricare sulle spalle: mi innamoravo delle copertine, come quelle vecchie copertine senza disegni delle primissime edizioni Molinard, prima ancora di conoscere il contenuto, ne sentivo il sapore e l’odore. Per me, leggere è stata dapprima un’attività fisica, il peso di quelle buste rubate nell’istituto era insopportabile, eppure nessuno mi obbligava a farlo, decidevo di testa mia; poi, è diventata un’attività mentale, non solo ho imparato a leggere, ma a farlo in varie lingue, bastava trovare lo stesso romanzo anche in italiano e fare il confronto pagina per pagina, frase per frase. Quando uscii dal convento, a diciott’anni, ero già pronto per andarmene a vivere in un altro Paese, e fu così che mi ritrovai in Francia.

Le suore, comunque, non erano malvagie, il loro problema era il sesso. Arrivate a una certa età, non riuscivano più a nascondere il loro bisogno atroce di fare l’amore e si dimenticavano di tutte quelle belle favole sulla devozione al loro unico Signore. Suor Domitilla, per esempio, lei era la più bella, era stata lei a provarci con me, anche se io ero soltanto un ragazzino. Mi aveva fatto infilare le mani dappertutto! Le altre, erano perlopiù delle bestie, avevano i peli sulle braccia, grosse braccia pelose da culturisti, uomini travestiti da suore.

(Tratto da uno di questi libri, mi sembra)