La ricetta dell’amore

Non tutti sanno che nella mia città natale esiste un ristorante segreto, nascosto tra i vicoli del centro storico, proprio dove a Natale si vendono i presepi e le statuette del bambin Gesù e Pulcinella abbracciati mentre si scambiano la ricetta dell’amore…

Bettina Santignuttolo, lavora come cuoca nel ristorante dell’amore

La cuoca del ristorante dell’amore si chiama Bettina, è una ragazza tutta curve con i capelli biondi e lunghi, e gli occhi neri come il caffè, vale a dire non proprio neri ma pieni di strane ombre luccicanti. Bettina è l’unica cuoca che conosco, che regala le sue ricette al primo che passa, una volta lo facevano tutti, oggi invece sembra che sui loro diari i cuochi custodiscano i codici per attivare il nucleare (che comunque non è che siano in mani migliori) o i numeri della prossima estrazione del superenalotto. A Napoli tutti giochiamo al superenalotto e tutti speriamo in fondo di non vincere, voglio dire, speriamo di vincere ma anche di non vincere troppo perché la nostra condizione di povertà storica è diventata anche il motore scatenante per un’altra ricchezza, quella di cui non si parla sui giornali. Non che al sud siano tutti poveri e straccioni, come raccontano sui giornali, anzi c’è un sacco di gente che se la passa bene, ma io facevo parte dell’altra metà, quella che nei vicoli del ristorante dell’amore si inventava un’esistenza divertente ricreando un mondo immaginifico e rifiutandosi di accettare quello reale.

Il giorno in cui ho incontrato Bettina per la prima volta, eravamo tutti e due in mezzo alla strada, in mezzo alla strada è un’espressione napoletana che non vuol dire letteralmente nel centro della strada ma semplicmente in strada, ed eravamo una da un lato e uno dall’altro di un vicolo stretto e puzzolente, le pareti dei palazzi si tenevano in piedi per scommessa e la luce non si degnava di superare il terzo o il quarto piano, che potevano essere anche intesi come il quarto e il quinto perché tra il secondo e il terzo ci avevano costruito un livello abusivo in cui allevavano i polli e le galline, più galline e meno polli, per non farli litigare. Bettina mi ha visto da laggiù e mi ha chiamato per chiedermi informazioni su come raggiungere il ristorante, era il suo primo giorno di lavoro e non voleva fare tardi; io invece avevo appena finito il mio ultimo giorno di lavoro perché facevo sempre tardi. Sai dove sta questo posto?, mi ha chiesto Bettina. No, ma se facciamo un giro troviamo di sicuro qualcuno che lo sa, iniziamo in quella direzione, vieni con me.

L’ho presa per mano perché con alcune persone non c’è bisogno di fare gli ipocriti e fingere che gli esseri umani siano perfetti e non abbiano bisogno gli uni degli altri. Con alcuni di noi ci si capisce subito, ci riconosciamo e ci prendiamo per mano, consapevoli dell’imperfezione della nostra specie, della sua incompletezza. Andiamo di qua, dai, corri, o farai tardi, ma che cosa c’è là dentro?! Bettina si portava dietro tutti i suoi attrezzi, le ricette dell’amore che aveva inventato erano su un quadernetto tutto sporco di farina e olio di girasoli. Come fai a sapere che è olio di girasoli?, le ho detto. Lo so perché ogni macchia è diversa, come per la gente, dalle macchie che uno ha addosso capisci cosa gli è passato per la testa, funziona proprio così, basta che vedi di cosa è sporco e capisci un mare di cose. Anche quando si è fatto la doccia? Sì sì, la doccia non c’entra niente.

Un vecchietto che vendeva ‘o pèr e ‘o muss, che è una specialità del cibo di strada delle mie parti e significa piede e muso, piede e muso del maiale, mi pare, venduto bollito con sale e limone (il sale si tiene in un corno di mucca con un tappo di sughero sulla punta), questo vecchietto ci ha dato le indicazioni per arrivare al ristorante, era dall’altra parte del centro storico, prima di piazza Dante, dove ogni tanto vendono i libri sulle bancarelle. Perché vendono i libri sulle bancarelle insieme al pèr e ‘o muss (quando Bettina parlava napoletano non si capiva bene quello che diceva, perché il napoletano è una vera e propria lingua e occorrono anni di pratica per saperla pronunciare come si deve). Ormai i libri li vendono dappertutto, anche nei supermercati, negli Autogrill (e come dice un mio amico, quelli sono proprio dei non-libri) e te li buttano dietro gratis, ma la gente li schiva che è una bellezza; siamo diventati dei veri schivatori di libri, potremmo anche proporla alle olimpiadi come nuova disciplina.

Sulle bancarelle, comunque, c’erano libri veri e libri fnti, quelli veri erano scritti da gente onesta, quelli finti erano messi insieme da gente spietata e senza scrupoli. Purtroppo i bambini non sapevano come distinguere le due categorie e per paura di sprecare i soldi della paghetta si accontentavano di cinquemila lire di pèr e ‘o muss, così andavano sul sicuro.

Bettina si è sistemata lo zaino enorme che si trascinava dietro, suonava come un albero di Natale preso per il fusto e strapazzato per far cadere giù i regali e le palline, era pieno di mestoli e formine, fruste, frullatori, tutta roba che si era portata da casa (ha detto che veniva da un paesino in provincia di Santignuttolo, ma quando ho controllato sull’elenco telefonico non c’era nessun posto che si chiamava Santignuttolo), diceva che si trovava solo con la sua attrezzatura personale, perché se una teglia passa per le mani sbagliate il dolce è da buttare. Si è legata bene i capelli, erano talmente lunghi che ha dovuto usare cinque elastici, tutti di colori diversi, come i cinque cerchi delle olimpiadi, e mi ha stretto la mano. Io speravo per lo meno di andarci a letto insieme, dopotutto ero stato gentile e l’avevo accompagnata per tutto quel tempo. Avevo anche portato quello zaino pesantissimo per un lungo tratto, ma si vede che non avevo capito niente della storia delle ricette dell’amore e della consapevolezza della nostra imperfezione di esseri umani.

Quando ci siamo salutati, però, Bettina mi ha fatto un regalo, che forse mi ha reso più felice di una, voglio dire, di una serata insieme, mi ha regalato una delle sue ricette dell’amore. Ma come faccio a usarla, non sono capace neanche a bollire un uovo senza farlo esplodere, e quando esplode un uovo ci vuole una settimana per mandare via la puzza!, le ho detto. Non ti preoccupare Frank, ha risposto Bettina dalla porta del ristorante, tutto quello che devi fare è raccontare questa storia e la gente farà il resto.

(illustrazione di Nastya Cusack)

L’uomo molto intelligente 

La camera dell'uomo molto intelligente
La camera dell’uomo molto intelligente

Ieri sera stavo bevendo un bicchierino nel bar davanti alla chiesa, ascoltavo il rumore forte delle cicale. La fila di alberi sul viale sembrava una fila di becchini o di preti. Bisogna premettere che, alla mia età, non dovrebbero sorprendermi più né l’una né l’altra categoria, per questo il bicchierino che bevevo al bar aveva il gusto amaro delle certezze, simile a quello dell’ostinata voglia di sbagliarsi.

L’uomo molto intelligente è entrato nel bar dopo di me, forse mi aveva seguito e non me ne ero accorto, oppure ero stato io a seguire lui come fanno gli inseguiti che in realtà sono i più spudorati inseguitori. Tutte le sere, nel bar di fronte alla chiesa, si confondono le due specie di uomo e non sai mai di quale delle due fai parte. L’uomo molto intelligente era vecchio, aveva un paio di occhiali rotondi come quelli dei preti o dei becchini che disseppelliscono i morti. Aveva un ombrello chiuso e bagnato perché il sudore che ti bagna la faccia sembra sempre bagnarti ogni altra cosa che c’è al di sotto. Da mesi in questo paese non piove neanche per sbaglio, neanche se per errore la pioggia del paese accanto finisse qui, eppure c’è gente che va in giro con un ombrello bagnato come quello dell’uomo molto intelligente che ho incontrato e che, dopo il terzo bicchiere, mi ha parlato più o meno così: «Scusi lei».

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Riunione Straordinaria dei Ministri

Quello che segue è soltanto un racconto, una maniera di esorcizzare il male attraverso la letteratura. Mi sono ispirato al mio insegnante di scrittura creativa, José Saramago, e ad uno dei suoi libri più belli, il Saggio sulla lucidità, pubblicato nel 2004.consiglio_napoli01

Il 24 marzo di quell’anno, ebbe luogo la prima riunione straordinaria internazionale dei nostri signori ministri, a seguito delle esplosioni avvenute nel cuore di un paese devastato dal razzismo e dalla xenofobia, un paese creato a tavolino per gli interessi economici di pochi, senza tenere conto delle diverse culture, lingue e religioni (queste ultime, approfondite in una riunione successiva, che riporterò).

A dare inizio alla discussione fu il ministro della difesa, che aveva appena presieduto un’altra riunione (infatti usò gli stessi appunti) presso il comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza interni, esprimendosi in questi termini: signori colleghi, signor presidente, come promesso, vi confermo che stiamo rinforzando le frontiere! Bene, bene, risposero gli altri. Inoltre, continuò il ministro, vi informo che abbiamo raddoppiato i blocchi e portato il livello di allerta a ventiquattro, il massimo grado. Molto bene! Il livello di minaccia è estremamente grave, mai stato più grave, diecimila poliziotti e gendarmi sono stati già messi ai varchi e aspettano i terroristi, che riconosceranno grazie alla barba e ai turbanti, gliela faremo vedere noi!, le infrastrutture e i trasporti sono sotto controllo; i nostri uomini sono piazzati nei punti strategici in tutto il paese.

Il ministro degli interni si alzò e aggiunse: diecimila sospetti bloccati!, gli abbiamo impedito. Impedito loro, lo corresse il ministro dell’istruzione. Impedito loro, di entrare nel nostro territorio; intensificate le misure di controllo e di perquisizione, ora abbiamo il permesso di aprire borse, beauty-case e porta sigarette. Vero, giusto!, il nostro, il nostro! (Il paese)

E il ministro dei trasporti precisò: diversi voli sono stati già annullati, si prevedono altre cancellazioni, anche repressioni dei treni. Soppressioni, corresse il ministro dell’istruzione. Soppressione, soppressione, tutto sarà soppresso, non ci sfuggirà nessuno!, sui treni di mezzo paese abbiamo già perquisito e fermato migliaia di persone, da oggi in poi occorrerà una carta di identità nazionale prima di poter salire a bordo!, presto avremo l’I.T.F. un file internazionale dei viaggiatori, con tutti i loro dati; questi ultimi, forniti da facebook, che a noi li dà gratis. È vero, gratis!, a noi danno tutto gratis… (Risata)

Il presidente del consiglio dei ministri sollevò il viso rubicondo e tutti si azzittirono. Si guardò intorno, poi diede un’occhiata ai disegnini che aveva fatto col pennino sulla sua agendina elettronica e disse in tono minaccioso: non gliela daremo vinta a quei terroristi!, siamo in guerra, e la guerra si combatte con la guerra; non preoccupatevi, troveremo un modo elegante per dirlo ai cittadini, basterà sostituire la parola guerra con la parola conflitto, così i filosofi penseranno al conflitto intellettuale, gli economisti a quello finanziario, gli idealisti a quello interiore e così via. Giusto!, è un genio!, è un genio! Ma state calmi signori, aggiunse il presidente per concludere, il nostro paese non è sotto una minaccia diretta, per cui non abbiamo motivo di allarmarci e soprattutto non dovremo spendere neanche un euro. Ci mancherebbe!, urlò il ministro dell’economia, innanzitutto non sarebbero soldi nostri, e poi, con quello che ci costa già mantenere la criminalità interna!

A quel punto, indignato, prese la parola il ministro della felicità umana, che non aveva aperto bocca nelle ultime dieci riunioni, giudicando inutile e prematuro pronunciarsi su questioni che necessitavano la saggezza degli uomini perché, di uomini, davanti a lui, non ne vedeva. La guerra si combatte con la cultura e con l’amore, disse, non con la politica dell’odio che da troppo tempo si sta perpetrando nel nostro paese!; per cominciare, da questo momento taglieremo tutti i finanziamenti ai partiti, la pubblicità, ve la farete da soli!; dopodiché, reinvestiremo quel denaro per costruire scuole e biblioteche, biblioteche per ogni fascia d’età; regaleremo libri anziché telefonini, perché un popolo istruito non si lascia manipolare da pochi pazzi; mi sono già consultato con il ministro dell’istruzione e abbiamo deciso di inserire una nuova materia obbligatoria fin dalle scuole elementari: la storia delle religioni e delle culture, per far comprendere alle nuove generazioni l’importanza dei pari diritti e il rispetto delle idee altrui, che voi a quanto pare avete dimenticato, almeno come avete dimenticato di aver promesso tolleranza, in ogni circostanza; non risolveremo nulla con altra violenza, non possiamo continuare a prendere in giro la povera gente, prima o poi tutti capiranno che siamo stati noi a inventare la violenza, per giustificare i vostri bombardamenti! Infine aggiunse: a causa della vostra sete di arricchimento, a pagare, sono sempre stati gli innocenti là fuori.

Questo qui non dice mai nulla, ma quando gli arriva l’ispirazione diventa un cantastorie, disse tra sé il ministro della difesa (che però amava farsi chiamare ancora ministro della guerra perché, diceva, il succo è sempre lo stesso). Anche gli altri ministri furono d’accordo con lui. Chi lo ha eletto questo samaritano?!, come gli viene in mente di costruire scuole in un momento così critico per la sicurezza nazionale!, proprio adesso che tutta la cittadinanza sono in pericolo di morte! È, devi dire è!, lo corresse per l’ennesima volta il ministro dell’istruzione, il quale era stato tra i pochi a votare per l’ammissione del ministro della felicità nel consiglio. Pare che quest’ultimo avesse avuto una forte raccomandazione da Gesù in persona, ma erano solo chiacchiere e non servirono a salvarlo dall’espulsione. Infatti il ministro della felicità umana fu cacciato dal consiglio con l’obbligo di riservatezza su quanto ascoltato. Obbligo che lui, come potete immaginare, non rispettò affatto, rivelando tutti gli esiti delle riunioni a me, che, a mia volta, li rivelerò a voi.

Il siero della verità

lectoras_Guillermo Martí Ceballos

Pubblicato su Crapula Club.

Il dottor Candido Santino è sposato da una decina d’anni. Sua moglie è un po’ gelosa, non lo lascia mai andare in giro da solo, lo controlla anche quando è al lavoro, lo chiama a intervalli regolari, che lui ha imparato a misurare, infatti sa sempre quando il suo cellulare sta per vibrare e cosa dire per non farla ingelosire. Candido Santino è un medico chirurgo, un uomo tranquillo, ha i baffi grigi e i capelli neri, la testa non ha voluto invecchiare insieme alla faccia; ama molto leggere, sulla sua cuffia in sala operatoria ci sono i disegni del Piccolo Principe. A vederlo così, sembra che non abbia mai tradito sua moglie e che lei esageri con le sue telefonate. Ma concediamo alla signora Santino una possibilità che poche donne hanno avuto fin da quando esistono il matrimonio e le corna; supponiamo che oggi qualcuno le abbia fatto trovare davanti alla sua porta un pacchetto azzurro e che lei lo abbia portato dentro domandandosi chi glielo ha dato.

Chi può essere stato?, si chiede mentre apre la scatoletta; è avida e curiosa, la sua curiosità è diabolica, la signora Santino è capace di scoprire qualsiasi cosa se dà ascolto alla fantasia, una cara amica che le dà sempre il consiglio giusto. Ultimamente, per esempio, si è convinta che al convegno sul diabete al quale ha partecipato suo marito ci fossero soltanto ragazze bellissime e disinibite. Lei era a casa e non aveva neanche fatto la ceretta, quando le è venuta questa fantasia e si è vestita di corsa per andare a verificare di persona. Chi sono queste ragazze con le gambe lunghe e lisce?, gli ha chiesto. Lui, un po’ in imbarazzo davanti ai colleghi, le ha spiegato che si trattava delle hostess e che quelle erano le loro divise. Non essere gelosa, le ha risposto. Ma mentre lo diceva si guardava le unghie, quel farabutto, si guarda sempre le unghie quando mente, ha pensato lei. E oggi finalmente avrà l’occasione di scoprire se suo marito è un bugiardo perché in quella scatoletta appena aperta sul tavolo della cucina c’è il siero della verità.

Sarà stato uno dei colleghi di mio marito, si chiede, quelli vogliono tutti portarmi a letto, sarà stato lo psicologo, Lancetta, o quell’allupato del ginecologo, Camillo Passerotti, sono tutti uguali, scommetto che dopo i loro convegni se ne vanno insieme nei night club.

Suo marito sta per tornare, ha avuto una giornataccia in ospedale, lei non sa come funziona un ospedale perché non ci è mai stata, preferisce immaginarselo. Cosa gli dirà? Come farà a fargli bere il siero senza che lui se ne accorga? La signora Santino è nervosa, non sa se dirglielo o se farlo di nascosto: zuppa con il siero della verità, sugo e polpette della verità. Ma forse la cosa migliore è farglielo bere direttamente dalla fialetta. Il calore del sugo potrebbe alterare le sue proprietà.

Eccolo, il dottor Candido Santino, ignaro di tutto quello che passa per la testa di sua moglie. Ha in mano un altro libro che vorrebbe che lei leggesse, gliene regala uno a settimana, sempre il venerdì, perché esce prima dal lavoro e ha più tempo per scegliere quelli giusti per lei; ma lei li mette ogni volta nella credenza insieme alle ceramiche, organizzandoli per forma e colore della copertina. Hai fatto più tardi del solito!, gli dice, in genere il venerdì esci prima… È vero, risponde lui, ma è stata una giornata incredibile e piena di imprevisti, erano tutti codice rosso. Ah, è così?, codice rosso? e quello che cos’è? Questo è un libro, è per te, parla dei fiori. Lo leggerò appena avrò il tempo, non c’è mai il tempo di fare nulla! Suo marito dà un’occhiata ai dispositivi elettronici sempre accesi e alle icone colorate che la aspettano pazienti da un bel po’. Al centro del letto c’è la forma del gatto, un gatto pesante. E decide di lasciar perdere, è troppo stanco, va a farsi una doccia.

Quando torna in soggiorno, lei lo sta aspettando con un block-notes in una mano e la scatoletta azzurra nell’altra. Che cosa c’è lì dentro?, le chiede. E a questo punto lei decide di dirglielo: è il siero per dire la verità, voglio che tu lo beva!

Il dottor Santino ha studiato medicina per dieci anni, e per altri dieci ha avuto a che fare con specialisti di ogni genere, ha partecipato a congressi internazionali, convegni, corsi di aggiornamento, seminari sulle malattie e le loro cure, anche le più innovative, come quello sull’utilizzo del peperoncino per curare l’ulcera. Non crederebbe mai a una fantasia del genere, questa è l’ennesima dimostrazione scientifica che, a non fare un cacchio per tutto il giorno, anche la donna più intelligente può diventare scema.

Facciamo a metà!, brindiamo e vediamo cosa succede, potrebbe avere risvolti eccitanti in camera da letto…, le propone. È una dose per uno, me l’hanno appena consegnata; se l’esperimento funziona, la settimana prossima lo faccio pure io. Candido Santino estrae la fialetta dalla scatola, la guarda controluce, ma che sta facendo? Sembra che abbia in mano le analisi delle urine e voglia analizzarle come fanno i colleghi del laboratorio. Sua moglie è seria, è sempre seria quando si tratta di giocare con la fantasia, è una giocatrice di fantasie e lui lo sa, perciò le dice: e va bene, va bene, facciamo questo esperimento, basta che tu la smetta di essere gelosa, me lo prometti? La signora Santino non si aspettava un ricatto, ma è talmente sicura di scoprire che lui la tradisce che è disposta a promettere qualsiasi cosa: affare fatto, gli dice, ora bevi! Lui prende la fiala e annusa, non ha odore, gli fa un po’ paura… Sua moglie chiude bene le finestre, vuole l’assoluto silenzio durante l’esperimento, ha bisogno di concentrazione, si sistema al tavolo con il blocchetto e la penna, lui si distende sul divano e guarda il soffitto in attesa che il farmaco faccia effetto.

Guardateli! Sembra di essere nello studio di uno psicologo. Hanno addirittura staccato il telefono e spento i cellulari. Candido Santino ha avuto una mattinata intensa; avere a che fare con i pazienti per lui è come ricordarsi continuamente delle sciagure umane, grazie a loro non dimentica mai la sofferenza nella quale noialtri cerchiamo di crogiolarci il meno dolorosamente possibile, con la speranza di non passare dall’altra parte dei ferri; ma davanti a sua moglie, che lo guarda con l’antica austerità delle inquisitrici, sembra che la vita per lui perda il suo significato profondo e diventi un gioco, uno stupido gioco a tradire o farsi tradire, barcamenandosi tra l’illusione di essere felici e la consapevolezza che ciò non accadrà mai, perché nella sua ricerca, si ripete Candido, nella ricerca di una vita felice risiede la felicità stessa. Ed è per questo che ogni venerdì le regala libri sui fiori o romanzi di avventura, perché vorrebbe far provare anche a lei quello stesso amore per la vita che prova lui.

Davanti alle vetrine delle librerie, Candido Santino si fa sempre un sacco di risate perché, ossessionata dalla moda, un mucchio di gente ha iniziato a mettere la felicità nel titolo dei suoi libri, come se soltanto questo bastasse a guarire tutte le poverette ridotte come la donna di fronte a lui.

A cosa stai pensando?, gli chiede sua moglie. A nulla, ai libri, oh mio Dio!, il siero funziona…

L’interrogatorio, dunque, ha inizio.

Analizziamo per un momento la posizione delle sue mani, per ora le tiene sulla pancia, giocano nell’attesa delle domande. Se la teoria di sua moglie è giusta, ci basterà aspettare che inizi a guardarsele per capire se sta mentendo. Lo sta facendo anche lei, non perde di vista quelle dita mentre, tanto per sciogliere il ghiaccio, gli chiede: dove hai pranzato oggi? Dal cinese, quello di fronte all’ospedale, lo sai, mi hai anche chiamato. È vero, me ne ero dimenticata, passiamo alla prossima domanda. I suoi occhi blu sono gelidi, la sua maniera delicata di indagare nelle sue stesse insinuazioni, sconcertante. Lui la guarda mentre la penna continua a graffiare quel blocchetto e le piante dietro le sue spalle ricordano loro la natura animale cui entrambi prima o poi dovranno obbedire. La scodella del gatto è ancora piena e puzza di fegato.

Seconda domanda: perché vai sempre nella stessa libreria?, vendono tutte la stessa roba, me lo hai detto tu. Io non ho parlato di roba, ma è vero, ci sono gli stessi libri dappertutto ormai, anche loro li scelgono in base al colore della copertina, ci schiaffano nel titolo la parola felicità e vendono migliaia di copie, ma… Ma? Ma io vado in quella in piazza perché mi piace la commessa, è una con cui chiacchiero di qualsiasi cosa, abbiamo gli stessi gusti in fatto di libri e poi… con quelle gambe, quando va su e giù sulla scaletta per cercare i titoli del suo grande catalogo… Bene!, dice la signora Santino, e sbatte una mano sul tavolo mentre lo dice, vedo che il siero funziona proprio bene, ora dimmi, tesoro, perché ai tuoi convegni non c’è mai una hostess vecchia e brutta? e sono tutte perfette come modelle sulla passerella? Ma che dici!, risponde lui, le modelle non sono perfette, sono talmente secche che puoi infilargli addosso qualsiasi straccio, è una questione di praticità; le nostre hostess, le sceglie l’allupato, il ginecologo. Ma allora avevo ragione! Certo, lui si porterebbe a letto anche te, se tu ci stessi, se ne fregherebbe che sei sposata!, e quelle ragazze, comunque, potrebbero essere nostre figlie, tesoro.

Quando Candido Santino e sua moglie si chiamano tesoro a vicenda, qualcosa di spiacevole sta per accadere. È bello stare tanti anni con la stessa persona perché si impara a prevedere qualsiasi reazione, come fanno i meteorologi, che conoscono il colore di ogni vento e la direzione che prenderà.

Studiamo bene la situazione: lei è convinta che lui la tradisca, perché una di quelle hostess (lo confermerà la prossima domanda) lavora proprio nella libreria in piazza; lui, invece, che sembra così tranquillo e sicuro di sé, confortato dalla promessa estorta a sua moglie, la promessa di non essere più gelosa, trarrà più vantaggi da questo esperimento. Che cosa fa adesso? Si guarda le unghie? Sta mentendo?! Ma no! Sta soltanto canticchiando una canzone e tiene il ritmo con le dita. È stanco, avrebbe preferito mangiare le polpette e fare l’amore con lei lasciando la cena a metà, come ai vecchi tempi; quando erano fidanzati lasciavano sempre la cena a metà. È per questo che le coppie felici sono anche magre e in forma.

Dove hai sentito quella canzone? Questa è una tua curiosità o fa parte del test? Il test serve a soddisfare le mie curiosità. Allora debbo confessarti che l’ho ascoltata in libreria. Era in filodiffusione? No, me l’ha fatta ascoltare lei. Lei, chi? L’hostess, voglio dire, la commessa, insomma, tesoro, è soltanto una stupida canzone. È una canzone d’amore!, urla sua moglie. È la prima volta che grida da quando si conoscono. In genere, quando si arrabbia, incomincia a sibilare come un serpente, e a lui fa più paura; quest’urlo invece lo lascia del tutto indifferente, si sta persino divertendo.

E dove te l’ha fatta sentire?, continua lei, scommetto che eravate nel deposito sul retro, sommersi da tutti quei libri, scommetto che ti ecciterebbe da morire!, l’odore della carta!, è per questo che tieni i tuoi libri sul capezzale del letto? Li tengo lì perché le mensole in soggiorno sono piene di ceramiche, e comunque, non eravamo nel deposito, ma nel bar della libreria, ecco, te l’ho detto, eravamo insieme a bere una cioccolata calda nel bar della libreria. E cosa ci facevi in un bar con una modella di vent’anni!!! Ti ho già detto che non è una modella, risponde Candido Santino, trattiene a fatica le risate. La sua sincerità gli costerà cara? È così grave dire la verità? E se fosse del tutto innocente, dopotutto, cosa c’è di male a bere qualcosa e chiacchierare di libri, magari di libri da regalare a lei, che, tra l’altro, non li legge neanche? Il dubbio la sfiora, ma è molto più piacevole continuare a farsi del male immaginandoli seduti sulla stessa poltrona. Quelle stupide poltroncine della libreria, non sai mai se sono per due o per una persona perché in due ci si sta davvero stretti ma da soli sembrano enormi.

È per questo che hai fatto tardi? Sì, è per questo… ho fatto più tardi e ne sono felice. E perché? Perché quando sono arrivato ho scoperto che tutti i tuoi giocattoli erano pieni di icone colorate. E con questo?, domanda lei col timore che i ruoli si possano invertire. Candido Santino spiega con saggia lentezza: quando sei in casa, il venerdì pomeriggio, non ti schiodi da quegli affari, se non sei con uno sei con l’altro, a scrivere messaggini o a farti le foto da sola, per cui, vederli così, pieni di lucette in attesa di essere cliccate, mi ha dato l’impressione che da un bel po’ ti stessi dedicando ad altro, e, giacché i libri che ti ho regalato sono tutti tra i tuoi piattini di ceramica ed è improbabile che tu stessi leggendo, ora ce l’ho io una bella domanda per te…

Sua moglie risponde di fretta: ho cucinato, ho fatto le polpette. Le polpette, le hai fatte ieri; quando mi hai chiamato per controllarmi come ogni giovedì durante il mio turno di guardia in ospedale, mi hai detto che stavi cucinando per stasera, te ne sei dimenticata? Tu vuoi invertire l’esperimento!, risponde sua moglie, e poi aggiunge: insomma!, mi hai tradita oppure no?

Era la domanda più facile considerando che il siero ha un effetto immediato, le sarebbe bastato fargliela subito, evitare tanti giri di parole, giri di parole che, a quanto pare, l’hanno appena messa in una posizione un po’ scomoda. I suoi occhioni blu adesso sono seri, mentre aspetta una risposta che ritiene di suo possesso, è lei la proprietaria di quest’uomo e di tutte le risposte che escono dalla sua bocca. Ecco a cosa sono serviti dieci anni di matrimonio!, è questo il vero significato di quell’aggettivo che si mette davanti a colui che si dice di amare, mio marito, mia moglie, colui o colei che è di mia proprietà.

Ebbene no, non ti ho mai tradita, te l’ho detto, sotto l’effetto di alcuna droga potrei dirti il contrario, mentirei; amo i libri, le storie che contengono mi aiutano a sentirmi meno medico e più uomo; è come se la mia piccola vita quotidiana si plasmasse sulle più vaste e infinite vite dei protagonisti di quelle storie; ed è di questo che mi piace parlare con quella ragazza, è una ragazza molto attraente, è vero, e tu che conosci le mie debolezze devi averne individuate in lei un bel po’, almeno abbastanza da farti mettere su tutta questa commedia. Insomma, risponde infine sua moglie, urlando un po’ più piano, non ti sei guardato le unghie neanche una volta, non puoi aver mentito, eppure ho ancora un dubbio; il siero, lo hai bevuto? No!, risponde Candido Santino, l’ho gettato nella pianta quando ti sei voltata per chiudere la finestra; e, un’altra cosa, considerando che il nostro gatto è morto da un mese e che oggi era il giorno libero di Camillo Passerotti, il ginecologo, dimmi tu la verità: che cosa hai fatto, tu, tutto il giorno?!

[illustrazione: Guillermo Martí Ceballos]

Andrés Aguiar Camicia Rossa

andrc3a8s-aguiarHo scritto questo racconto quando ero in Uruguay, nell’aprile 2014; l’ho regalato a Cosimo Ceccuti, direttore della rivista Nuova Antologia, in occasione del suo compleanno.

Montevideo, febbraio 1846. Agli ordini del Governo, sempre agli ordini del Governo, disse il Generale in piedi davanti allo specchio. Era una di quelle mattine in cui gli specchi possono contenere due persone, marito e moglie talvolta, fratello e sorella, amanti, oppure, come in questo caso, un Generale della legione straniera e il suo fedele moro, Andrés Aguiar.

Quando partiamo, signore?, chiese il moro al suo superiore. Domani, le barche sono pronte per navigare verso il nord del Paese; hai paura Andrés? Non ho mai avuto la gioia di conoscere la paura, signore, a volte l’ho sognata, ho sognato me stesso in vesti di padrone, nato in un’altra epoca, ma in quella in cui sono nato io, lei lo sa, o rimanevo schiavo o fuggivo, come ho fatto, e nessuna delle due scelte permetteva il lusso della paura.

Negli occhi fieri di Andrés Aguiar, il fedele moro di Garibaldi, non c’era in effetti la minima traccia di emozioni deboli come quelle cui siamo abituati noi che leggiamo, lontani da un avvenimento tanto glorioso come quello che si apprestava a vivere la legione italiana sotto gli ordini del Generale. Erano poche centinaia di soldati, in attesa di imbarcarsi su tre navi, un battaglione formato dalle guardie nazionali sotto il comando del Colonnello Lorenzo Batille.

Andrés osservava sempre i movimenti del suo superiore, non doveva chiamarlo padrone perché quella era la maniera di chiamare coloro che compravano i negri, centocinquanta pesos per un ottimo negro forte e docile, dicevano gli annunci sul Diario dell’Uruguay. Il Generale scuoteva la testa davanti a quegli annunci e voltava la pagina in fretta per non fargliela vedere; non era sicuro che sapesse leggere, non glielo aveva mai chiesto, ma la sua velocità nel voltare quella pagina dimostrava senz’altro che lui, così rispettato da migliaia di uomini, rispettasse a sua volta ognuno di loro.

La città di Salto era uno degli avamposti ancora sotto il potere di Oribe, l’esercito della Confederazione era comandato da Gomez, che aveva fama di uomo ingenuo. Il Generale non parlava mai male dei suoi nemici prima di affrontarli, non era corretto, Andrés lo sapeva, per cui, quando tutto sembrò pronto per uscire, senza aggiungere altro, uscirono. Andrés Aguiar era un ragazzo alto e silenzioso, rideva con gli occhi piccoli e lucidi dei neri, la legione italiana contava molte decine di fuggiaschi come lui, arrivati soprattutto dalla parte orientale dell’Uruguay, alla ricerca di quella gloria che rende libero ogni uomo. Il Generale lo guardò senza sorridere, difficilmente mostrava i suoi sentimenti, l’allegria o il dolore erano segreti preziosi che, in quegli anni, ogni soldato imparava a custodire con la speranza di parlarne un giorno ai suoi bambini o alla sua sposa.

Si raccontavano anche altre cose sul conto del Generale e dei suoi uomini, riguardo alle donne che incontravano sul loro cammino, nei paesi piccoli e anonimi delle campagne uruguayane, donne giovani, senza nome e senza passato, che avevano poco da ridire quando venivano trascinate in un pollaio per dieci minuti, e, per questo, le generazioni successive avrebbero impiegato forza e anni di lotta per cancellare il ricordo della violenza silenziosa subita dalle loro ave, della quale, loro malgrado, avrebbero sempre portato dentro una dose sufficiente per gli incubi e i pianti notturni di una donna, quelli cui un uomo non sa mai dare spiegazioni.

L’indomani mattina – era il mese di febbraio e il caldo tropicale pesava nelle camicie come pietre ingrate e senza età – i soldati della legione italiana partirono per Colonia. Andrés camminava dietro al Generale mentre salivano sulla passerella per imbarcarsi, secondo un patto che non avevano mai stipulato e che, pure, sembrava tanto vincolante quanto l’amore tra un padre e un figlio, il moro gli guardava le spalle e lui si sentiva più sicuro, assumeva un’andatura fiera. Tutti hanno ricevuto le uniformi pulite?, chiese. E lei le chiama uniformi?, rispose il Colonnello, quelle sono camicie da macellaio! Infatti è stoffa che serviva per le macellerie, è lana resistente… che c’è?, non ti piace il rosso, Lorenzo?, guarda il lato positivo, se ti sparano non c’è bisogno di lavarla! Andrés rise forte mostrando i denti bianchi e avrebbe voluto intervenire, tuttavia, come imponeva il protocollo militare, tacque. Il Generale scherzava per alleviare la tensione degli uomini, il suo umorismo era per metà italiano e per metà rioplatense, gli anni di avventura e di lontananza dal proprio Paese possono rendere un uomo tanto triste quanto divertente, giacché la tristezza dell’individuo è sempre servita per l’allegria della massa, e la massa, quel giorno, aveva il colore rosso delle nuove uniformi. Ad Andrés, la camicia stava grande ma a lui non importava affatto, tutto vestito di rosso, con il fazzoletto legato attorno al collo, i suoi genitori, morti schiavi, gli avrebbero dato la loro benedizione. Il Colonnello si aggiustò il bavero della giubba e non rivelò che, in fin dei conti, anche a lui il rosso aveva acceso subito gli occhi. L’umore alto degli italiani era precursore di felicità, combattevano uniti per la Repubblica dal 1943, difendevano Montevideo e morivano, se necessario, per servire la loro causa.

Colonia, Martín García, l’Isola di Vizcaino y Rincón de las Gallinas, furono attaccati con tanta velocità che persino i più coraggiosi non ebbero il tempo di rendersi conto di essere già in guerra; il coraggio ha il cattivo difetto di spingerti a fare qualcosa della quale, però, non conserverai un gran ricordo giacché l’hai fatta col cuore e non con la testa.

Le imbarcazioni furono ritirate per ordine del Generale dopo pochi giorni, quando l’avanzare dell’esercito della Confederazione, composto da una cavalleria di più di mille uomini, divenne minaccioso. Per fortuna, dalla parte occidentale del fiume arrivarono i soldati di Baez per unirsi alla legione italiana. Baez era un uomo forte, si racconta che attraversò il fiume a nuoto e prima di raggiungere gli italiani raccolse nei prati cento cavalli che furono utilizzati per lo scontro più importante, quello di San Antonio, l’otto febbraio.

La legione italiana contava quel giorno circa cento soldati, la cavalleria di Baez altri duecento, tutti agli ordini del Generale, il quale, dopo aver discusso a lungo coi colonnelli, decise di attaccare a mezzogiorno. Il campo era in pianura, a un chilometro e mezzo dal lago di sangue in cui in breve tempo si ritrovarono i suoi uomini, il Generale vide un casale abbandonato, dietro il quale si appostarono per il resto del pomeriggio.

Gli spari non procuravano nella pelle dura e pulita di Andrés un solo brivido, li ascoltava con una parte intima delle sue orecchie, una zona dell’udito in cui si sentono i rumori dei sogni o quelli più piccoli dei ricordi. Continuarono fino a notte inoltrata, quando, lentamente, diminuirono di intensità fino a scomparire con le prime nuvole dell’alba del nove febbraio, il giorno in cui il Generale pronunciò una frase che Andrés non avrebbe mai dimenticato: siamo vivi amico mio!, disse, e lo chiamò amico, ma non furono le parole a impressionare il moro, anzi, altre volte lo aveva chiamato così, durante la cena per esempio, o mentre gli parlava del suo Paese; piuttosto, fu quell’accenno di sorriso, un sorriso stanco, provato dalle decine di affronti corpo a corpo che aveva coraggiosamente vinto, a renderlo tanto felice. Andrés era un moro privo di paura, forse, ma dotato di un grande senso dell’amicizia, che quella notte, nelle campagne di San Antonio, un piccolo paese sperduto nella provincia di Salto, il Generale in persona gli stava offrendo con il suo primo sorriso.

Il Colonnello Batille aveva guardato Andrés battersi contro i mille uomini della cavalleria di Urquiza come se non temesse di morire, come se non potesse morire affatto, o come se la morte fosse una decisione dell’uomo e non di Dio, quel Dio che a volte li aiutava e altre no. Il tuo moro oggi si distingueva da quei superstiziosi soldati napoletani, era l’incarnazione del demonio, tutto vestito di rosso, freddo davanti al pericolo, non si direbbe neanche che si tratti della stessa persona! Il Generale e il Colonnello lo osservavano chiacchierare appoggiato su un braccio e guadagnarsi la simpatia dei commilitoni, sembrava realmente un’altra persona, diavolo assassino di giorno, pagliaccio burlone di notte. Andrés rideva e dimostrava il suo carattere pacato senza badare alle somme che, inevitabilmente, tiravano i superiori dopo lo scontro. Calcolare i morti e i feriti era compito dei burocrati, il suo dovere era la guerra, il suo stesso destino, si disse, era la guerra.

Non è il mio moro, rispose il Generale, Andrés Aguiar non appartiene a nessuno, è nato libero e morirà come tale. Baez annuì, anche secondo lui quel ragazzo, del quale nessuno, lui compreso, conosceva l’età precisa, era tra i più valorosi; poi disse ai compagni: non mi sono mai sentito tanto onorato di essere un soldato come oggi in queste campagne. Il Generale lo guardò, gli mise una mano sulla spalla e rispose: non rallegriamoci troppo, oggi sono morti trenta dei nostri. Quanti feriti?, chiese Batille. Più di cinquanta! E i loro? Non saprei contarli, cadevano come colombi, è stata tutta colpa di Gomez!, a quanto pare, ci teneva a mantenere la sua reputazione; non ho mai visto commettere tante ingenuità sullo stesso campo!, se avessi affrontato un comandante più intelligente, probabilmente non sarei qui a raccontarlo.

Le truppe nemiche avevano perso centoquarantasei soldati, ma questi sono dati che loro, quella mattina nelle campagne, non potevano ancora conoscere. Ne avrebbero parlato i giornali quando la notizia della vittoria sarebbe arrivata a Montevideo, dove, negli uffici governativi, già si vociferava che il grande Generale italiano ce l’avrebbe fatta sicuramente. Tuttavia, per lui non si era trattato affatto di vittoria! I suoi uomini si erano ritirati, per suo ordine. Avevano occupato pacificamente Salto e combattuto a San Antonio superando il nemico per il numero dei caduti, ma quella di San Antonio, ripeté ancora una volta, non era una vittoria.

Dove sei nato Andrés?, gli chiese il compagno d’armi Marques. A Montevideo, da padre e madre schiavi. Eri schiavo anche tu? No, io sono fuggito, rispose il moro, e tre anni fa sono diventato soldato. Aveva muscoli forti e mani grandi da contadino, dopo aver lavorato a lungo agli ordini del Generale Félix Eduardo Aguiar, dal quale aveva preso il cognome, era entrato nella legione italiana. Marques era moro, come Andrés, anche lui forte e anche lui libero, ma non sapeva ridere così bene; ci sono uomini che sanno ridere e altri che non sanno farlo, e i primi non possono insegnarlo. Ridere è l’espressione dell’anima, un’anima non si riceve né si regala, ci si può soltanto nascere. Mentre chiacchieravano sotto la frescura delle mura della città, non immaginavano che quella cui avevano preso parte sarebbe stata definita la Grande Guerra per le Repubbliche Rioplatensi e che, grazie al loro sacrificio, noi oggi avremmo letto liberamente queste pagine.

Il Generale indicò Andrés e disse: in questi anni ho conosciuto tante specie di uomini, di là e di qua dell’oceano. Poi indicò l’Est con una mano aperta, nella quale immaginiamo che accogliesse il volto soffice di sua madre, in pena di fronte al porto di Nizza, affacciata a una finestra verde e intrisa di pianti, o dei figli che doveva avere e che, come era comune in quell’epoca, non conosceva neanche. L’eroe dei due mondi aveva il passato e il presente nel palmo di quella mano, e, per quanto riguarda il futuro, disse: a breve partiremo per Roma, Andrés verrà con me, tutti coloro che lo vorranno verranno con me, nella nostra bellissima e sciagurata Italia! Andrés non aveva bisogno di rispondere a quell’invito, lo avrebbe seguito ovunque per il semplice fatto che, da solo, non avrebbe saputo dove andare. Essere liberi, si disse, significa consacrarsi alle persone che amiamo. Senza, non saremmo nulla, né liberi né schiavi.

La puzza dei morti intanto arrivava sottovento perché non dimenticassero quello che stava succedendo. Ritornare vincitori non avrebbe dato loro la gioia che potremmo immaginare noi, incauti lettori; il pensiero dei compagni caduti impediva i sorrisi, che diventavano più piccoli e amari. Anche Andrés, che stava ridendo insieme all’amico Marques, a osservarlo bene, non rideva sul serio, ma mostrava i denti bianchi solo perché la gioia di essere vivo non ha nulla a che vedere con altre gioie futili a noi più note.

Di ritorno a Montevideo, dopo due giorni di viaggio via terra, il Generale accompagnato da Andrés fu ricevuto dal Ministro della Difesa, con il quale ebbe la seguente conversazione.

Anche questa volta ha dimostrato il suo valore militare e la sua abilità di capo e di uomo coraggioso, la legione italiana sarà ricordata per sempre, le vostre gesta… Lei mi parla così perché abbiamo ripreso Salto, o perché siamo ritornati vivi?, lo interruppe il Generale. Che domande!, la vostra vita importa più di ogni altra cosa. Se è così, perché non mi ha chiesto l’aggiornamento sui caduti, prima di chiedermi il rapporto militare dell’assalto di San Antonio? Il Ministro, colto di sorpresa, non rispose subito. Si versò prima un whisky che di regola lo aiutava a trovare il coraggio. Per un uomo d’affari, il coraggio è come il fondo del bicchiere: se bevi con gli occhi aperti non riesci a metterlo a fuoco e, se li tieni chiusi, non lo vedi affatto. Il Generale, calmo, pensava alla sua imminente partenza per Roma, di lì a un anno avrebbe combattuto in patria, ancora una volta fianco a fianco con Andrés. Il moro intanto era seduto davanti all’edificio del Governo, guardava i carri che facevano il rumore della sua infanzia; era un bambino allegro che non conosceva la differenza tra le classi e non immaginava che sarebbe stato così difficile vivere e restare vivo. Quando sei un bambino che guarda i carri passare con il carico di grano, non sai niente della vita, eppure, adesso gli sembrava il contrario, gli sembrava di essere nato adulto e saggio, e che stesse ritornando bambino, alla ricerca di un’innocenza nascosta in quei suoi larghi sorrisi educati.

Il Generale uscì innervosito dall’ufficio governativo, disse che non ci sarebbe più rientrato, questa è l’ultima volta che parlo di politica e che obbedisco a una persona così stupida, il Ministro non ha mai visto un cavallo morto schiacciare un compagno mentre questo gridava l’inno nazionale, Montevideo libera! Montevideo libera… non è vero Andrés? Lasci stare, signore, avrà altre occasioni per dimostrare che quello che per noi più conta è la vita come prima cosa al mondo, sebbene abbiamo pur sempre l’anima del soldato e i soldati uccidono per non essere uccisi; comunque, se ci sarà da obbedire, lo faremo ancora signore. Prepara il tuo sacco Andrés, partiamo per Roma!, disse. Il mio sacco è sempre pronto, signore, lo sa, ripose il moro alzandosi e dimenticandosi dei carri e del grano. Portava scarpe senza i lacci e senza i calzini, i pantaloni erano ancora sporchi dell’erba e del sangue di San Antonio. Insieme, si avviarono verso il porto per informarsi sui preparativi della nave. Per rifornirla e radunare le persone necessarie alla traversata occorrevano ancora molti mesi, eppure il Generale sembrava andare di fretta come se correndo smaltisse la conversazione con il Ministro. Gli aveva detto: la nostra ritirata nelle mura di Salto rappresenta per me una sconfitta, lei non è stato laggiù, non può capire… Quello fu un insulto? Rischiò di essere punito? Ci sono due risposte possibili, una per gli uomini d’affari, l’altra per coloro tra noi che hanno l’anima del soldato.

Davanti al Mercado del Puerto, un bambino sporco di fango e di lividi lo riconobbe, gli corse in contro urlando: questo è per lei Generale!, è il giornale di oggi!, la vostra vittoria è in prima pagina! Lo ringraziarono, Andrés con una carezza sulla testa, e il Generale con un gesto del mento e una monetina per pagarlo benché non gli fosse stato chiesto. Sulla prima pagina c’era scritto:

 

Diario del Uruguay
Diario del Uruguay, edizione del 1846

Trionfano a San Antonio le legioni di Garibaldi

Il Governo della Difesa rende onore ai legionari italiani e al loro capo, il Generale Giuseppe Garibaldi, per il trionfo ottenuto nelle campagne di San Antonio. Un decreto del Ministro della Guerra, il Generale Pacheco y Obes, ha indetto una grande parata militare (nella calle del Mercado) il 15 di questo mese in omaggio ai vincitori, e previsto altri riconoscimenti: che la leggendaria “Azione dell’8 febbraio del 1846 della legione italiana agli ordini di Garibaldi” sia scritta con lettere dorate nella bandiera dei legionari; che il nome dei caduti di San Antonio sia inscritto in una cornice che si collocherà nella sala del governo; che la legione abbia uno spazio riservato in tutte le parate e che tutti gli uomini portino come segno distintivo sul braccio sinistro uno scudo con la seguente iscrizione circondata da una corona: “Invincibili combatterono l’8 febbraio 1846”.

 

Andrés Aguiar non aveva letto perché, come al solito, il Generale si era appartato con il giornale nelle mani e la testa bassa. Non disse nulla, sapeva tacere per giorni se era necessario; aveva più volte salvato la vita al suo superiore quando la fanteria di Gomez lo aveva accerchiato vicino al vecchio casolare, Andrés aveva attaccato uomini e cavalli senza guardare, urlando, sfinito per il caldo disumano. Lo aveva salvato e non pretendeva ringraziamenti, né si divertiva a raccontarlo in giro. Il quartiere del porto era pieno di soldati di ritorno da Salto, qualcuno raccontava le sue imprese eroiche, qualcun altro no. Il mormorio della folla accorsa sotto la grossa imbarcazione che stavano armando prima della partenza per l’Europa, gli ricordò che era destinato alla guerra e che anche a Roma lo aspettavano i rumori degli spari e delle granate, i più dolci che conoscesse da quando era fuggito per diventare un uomo libero.

I quattro padri dell’amore

(I protagonisti di questa storia, come si suol dire in questi casi, non sono realmente esistiti.)

Era il Natale del 1983, padre Paul rimescolava le parole del suo sermone come se fossero chicchi di caffè in Brasile o castagne raccolte in montagna. Era il parroco della chiesa del porto da quando padre Jacques se n’era andato in pensione nella sua villa a Malibu.
Paul raccolse i cestelli delle offerte dopo aver congedato i fedeli sulla porta e si ritirò in sagrestia, dove madre Agnès lo stava aspettando con le mani appoggiate a un tavolo d’oro e la testa luccicante come l’acqua del mare sotto la luna piena.
Paul lasciò cadere le monetine, che si infransero nel silenzio della chiesa, suonando a lungo, anche dopo essersi fermate; si infilò le banconote nella tasca e sentì il potere che sentono gli uomini quando hanno le tasche piene. Agnès inclinò la testa all’indietro, il suo costume brillante non era allacciato; le forme corpose della sua figura si muovevano sotto la stoffa setosa emanando un dolce profumo di onde spumose. Mentre Paul chiudeva la porta laccata di smalto e resina, profumata di boschi selvaggi, suonò il telefono; Agnès sbuffò.
Emanuele DascanioPadre Jacques, in interurbana da Malibu, voleva informarsi sugli affari lasciati in Europa nelle mani del suo confratello. Paul elencò le belle notizie e le brutte notizie. I chioschi coi souvenir nella piazza davanti alla chiesa volevano trattare sull’affitto mensile, ma secondo gli informatori le vendite andavano bene; l’introduzione dei santi-salvadanaio era stata molto fruttuosa, ne avevano fatti produrre diecimila in una delle loro fabbriche nelle Filippine, e ne avevano appena ordinati altri diecimila. L’ordine era ancora caldo, per metà infilato nel fax che tremava sotto la trepidazione di Agnès, ancora appoggiata a quel tavolo. Inoltre, qualche sera prima della cerimonia appena svolta, padre Paul e padre André, il suo aiutante, avevano studiato il sistema migliore per gestire le richieste sempre più insistenti dei mendicanti del porto. Secondo i fedeli, bisognava mettere su una nuova cappella per i poveri perché, sebbene puzzassero, anche loro meritavano la santa messa. Paul e André, collaboratori da molti anni e ideatori delle migliori trovate commerciali in campo religioso, non ascoltarono quelle richieste, anzi, sottovalutarono i loro clienti e continuarono a spremerli finché possibile.
Paul era alto e magro, molto attraente. E Agnès – sempre davanti al suo tavolo dorato ad aspettare che quella telefonata spirasse – lo ammirava con una saccente complicità.
André era nell’ufficio marketing a bere un caffè americano mentre Paul sbatteva la cornetta nell’aria per uccidere il vecchio Jacques a Malibu. Le persone anziane sembrano organizzate per rubare il tempo a quelle giovani; ogni volta che Jacques telefonava alla chiesa del porto, Agnès si appoggiava contro il tavolo e si metteva l’anima in pace. Paul le mandò un bacio che non fu ricambiato. Soltanto una donna poteva essere così spietata; era forse colpa sua se quella telefonata stava diventando una confessione?!
La chiesa del porto era la più antica della città, e anche la più ricca. Le famiglie ricche che andavano alla messa erano noiose, leggevano riviste glamour e non parlavano mai tra di loro.
Da una settimana André e Paul avevano ideato la Dama che piange. Era l’ultimo ritrovato a quei tempi; avrebbe dato inizio alla nuova epoca della fedeltà in quel decennio che poteva essere l’ultimo o il primo, una nuova fase del rapporto d’amore tra l’Uomo e Dio. La Dama che piange era azionata dal calore sviluppato nella sala: appena i fedeli superavano un certo numero, la prima goccia veniva fuori dalle guance. Paul aveva usato lo smalto rosso di Agnès per colorare l’acqua nel serbatoio, nascosto sotto il lungo mantello nero.
Agnès era magra, ma la natura le aveva donato dei grossi seni dissacranti, una vergogna per il mestiere che faceva, tanto che si era sempre inventata delle scuse ogni volta che arrivava la bella stagione e le altre suore andavano a fare il bagno nell’acqua park della chiesa con tutti gli orfanelli. Gli orfanelli erano i figli dei ricchi, gente che pagava per avere un po’ di pace e mandare i bambini dalle suore della chiesa; si diceva che le suore della chiesa erano dolci e pazienti.
Il vecchio Jacques, dall’America, immerso in una vasca idromassaggio dorata che gli ricordava il suo tavolo della sagrestia, insisteva con le raccomandazioni. Se i fedeli avessero scoperto la loro organizzazione, lui sarebbe dovuto tornare in Europa, e il freddo dell’Europa era qualcosa che Jacques non aveva mai tollerato. Adesso che si era immerso nella sua bella vasca a Malibu, non capiva come mai Paul andasse così di fretta.
«Hai qualcosa da nascondermi fratello?, sei forse triste e per questo indugi nel dirmi addio?»
«Agnès, cara, Jacques mi chiede che cosa significhi un addio. Sono gli addii, infine, che ci fanno imparare ad amare?»
«Più o meno,» rispose la bella Agnès, «di’ lui che si tratta di un reciproco scambio di lezioni».
Agnès era bella come un albero di notte; Paul la guardò con l’impazienza della rana sulla foglia dello stagno, parlò ancora con Jacques, sperò che entrasse anche André, così avrebbe passato la cornetta a lui. Non osava mettere giù per non guastare l’armonia instaurata tra loro quattro: erano i quattro padri dell’amore, i fedeli li avevano chiamati così; loro davano i nomi che preferivano, sentendo solitudine e redenzione nascere nei loro cuori pieni di spine benedette.
La Dama che piange quella settimana aveva pianto abbastanza da attirare autobus da mezza Europa. I fedeli accorsero in molti, gli hotel convenzionati con la chiesa erano in overbooking; le prenotazioni si moltiplicarono sui banchi delle reception come funghi senza pioggia.
Paul e André avevano deciso di fare i preti perché non gli era mai piaciuto andare a lavorare la mattina presto assieme a quelli del loro quartiere. Vivevano sulle colline, Paul faceva il portiere in una fabbrica a Lingostière; si alzava alle cinque e mezza e prendeva l’autobus delle sei. Ogni mattina alle sei c’era sempre la stessa gente alla fermata, si conoscevano e si salutavano scambiandosi un bacetto: erano gli amici della fermata delle sei del mattino. Si scambiavano anche i commenti sui loro brividi. In quel periodo Paul era tristissimo; si era spremuto la testa per trovare una soluzione altrimenti sarebbe impazzito. Ogni mattina organizzava i suoi appunti per quando sarebbe diventato prete; le sue pagine erano gialle, vi si rifletteva la luce degli autobus. Durante il tragitto per la fabbrica, poi, tremava tutto e faceva fatica a scrivere. La sua sola consolazione era che quegli appunti fossero benedetti e che prima o poi una bella Agnès li avrebbe letti.
Una mattina Paul sentì le sue dita strusciare in silenzio sulla faccia; il profondo rumore del frigorifero che gli aveva fatto compagnia durante la notte era più tenue. Camminò lungo il boulevard lottando contro le assordanti spazzole che aspiravano il lerciume dal marciapiede; quel turbinio di aria sporca lo fece svegliare. Accanto alla fermata dell’autobus c’era una casa in costruzione; la pioggia di quella settimana aveva divelto alcune impalcature, le quali adesso penzolavano come mutandine sporche, e per terra si era creata una pozza di acqua grigia, mista al cemento. Paul stava guardando il camion che incrociava ogni mattina, ipnotizzato dalle spazzole arancioni che ruotavano in senso orario e antiorario, quando si accorse di aver messo un piede nel fango. Si sedette sulla sedia del bar, — a Paul piaceva sedersi su quella sedia perché il bar a quell’ora era ancora chiuso — sentì il freddo della mattina bagnata passargli attraverso la stoffa sottile dei pantaloni e tirò un altro respiro; si ripulì con le dita i bordi della scarpa per evitare che il cemento si seccasse. Approfittò che fosse ancora fango e, strofinandosi le mani, sorrise dandosi il buongiorno. Quella mattina davanti alle Assurances Générale, seduto sulla sedia di un bar chiuso, Paul aveva deciso di diventare prete.
André, prima di prendere i voti, viveva su per le colline; era il primo di una famiglia numerosa, lavorava su un camioncino viola e faceva centinaia di chilometri ogni giorno. La sua casa era su due livelli a picco sulla vallata che si vede dal ponte dell’autostrada; la casa era quasi finita quando se ne andò in convento, mancava soltanto il pavimento della terrazza e le scale esterne. Al primo piano vivevano i suoi genitori e al secondo lui con la sua fidanzata; i piani si contavano al contrario perché l’ingresso era al di sotto del livello della strada. La sua ragazza era piccola e geniale, e molto premurosa perché rispondeva sempre al posto suo e qualche volta correggeva i suoi ricordi. Nella sala da pranzo avevano appeso al lampadario una bella striscia impregnata di miele sulla quale c’erano incollate decine di mosche morte. Il giorno in cui Paul andò a prenderlo per portarlo in convento, gli vennero i brividi.
La telefonata con Jacques, intanto, prendeva diverse pieghe:
«Dovete cambiare attrazione fratelli; la Dama che piange non andrà di moda ancora a lungo. I fedeli si annoiano facilmente e bisogna tenere viva la loro attenzione».
L’esperienza di Jacques in fatto di attrazioni era ammirevole; Paul stava quasi dimenticando il tavolo dorato con l’ordine per i souvenir dalle Filippine e la veste smessa di Agnès.
«Che cosa dovrei fare fratello? Abbiamo prenotazioni per i prossimi sei mesi; André dice che diventeremo ricchi».
«Ma siete già ricchi; non è forse la ricchezza a dare sollievo ai vostri cuori pieni di spine?»
«Potremmo fingere di conoscere Dio e parlare con lui ogni ventidue del mese; ho sentito che in Iugoslavia va molto di moda».
Era stata una fedele spagnola di nome Minetti, di Granada — una signora che sorrideva sempre e che quando andava in chiesa non metteva gli occhiali da vista perché diceva che le era tornata la vista, — a parlare con Paul dopo la messa e raccontargli che i loro colleghi slavi erano molto più avanti perché parlavano con Dio ogni ventidue del mese.
«Lascia stare i colleghi slavi, Paul. Costoro non hanno classe. Quanto a lungo potranno continuare a parlare con lui? Esiste un regolamento sul Business Religioso Internazionale. Te ne eri forse dimenticato?»
«No, certo che no! Ma dobbiamo anticipare le mosse dei competitori, altrimenti i fedeli si annoieranno e resteremo qui da soli».
Agnès sospirò e disse qualcosa a bassa voce.
Senza coprirsi poi più di tanto, la fluttuosa madre Agnès si infilò nella porta della sagrestia e si godette il silenzio dei corridoi privi di preghiera; era una bella monaca luccicante che sfilava via verso l’ufficio marketing. Paul maledisse il telefono e pregò qualcuno da qualche parte affinché potesse raggiungerla al più presto; provava l’angosciante sensazione di impotenza che provano gli uomini quando non possono mettere giù la cornetta.
La loro chiesa era piccola, ma ci si poteva perdere e soprattutto ci si poteva nascondere molto bene. La Dama che piange incominciò a ridere, era afflitta ma divertita mentre la solidarietà femminile le entrava nelle vesti e le accarezzava i seni. Anche i seni di Agnès erano pronti per le carezze e i baci di qualcuno che poteva essere Paul.
Con un gesto annoiato, Paul diede un’occhiata alle bollette dell’EDF e si lamentò per lo spreco di elettricità da quando avevano deciso di introdurre le insegne luminose sulla facciata, per attirare i poveri del porto come le lucciole. I fedeli, mossi dalla loro carità cristiana, avevano aumentato le visite alla chiesa per portare da mangiare ai mendicanti, radunati sul retro per la maggior parte del tempo. A volte Agnès preparava grandi pentole di pasta e fagioli, un piatto introdotto da un prete italiano che gli aveva impartito una serie di lezioni di Religious Management e poi era ripartito per Roma. La pasta preparata da Agnès era talmente buona che Paul e André si erano messi in fila con i poveri per averne un piatto. I fornitori consegnavano al porto sacchi di fagioli, quintali di pasta fresca italiana e olio d’oliva. La maggior parte dei prodotti finiva al mercato di Libération assieme ai souvenir filippini; quel poco che rimaneva finiva nelle pance dei mendicanti ubriachi di fame e di freddo.
D’un tratto Paul sentì un rumore provenire dall’ufficio marketing e capì che André era ancora lì nonostante l’ora. Poi si accorse che Agnès non era ancora tornata in sagrestia; era scivolata via con le sue vesti dissacranti che le lasciavano scoperti i seni e non era più rientrata.
«Devo lasciarti Jacques; parleremo un’altra volta delle bancarelle per Natale».
«Dove vai così di fretta figliolo?, sei forse in collera perché André mi ha chiesto di discutere con te su tutti gli aspetti carenti della nostra organizzazione?»
«No!» rispose Paul, «so io perché sono in collera con quel maledetto…»
I seni di Agnès erano finalmente amati e accarezzati come due orfanelli senza genitori. Il conforto era uno dei doni che le mani di André avevano ricevuto quando era entrato in quella chiesa. Le vesti di Agnès scivolarono via per la prima volta quel giorno e la scrivania dell’ufficio marketing sbatté forte contro la parete risvegliando la loro devozione per un Dio corretto e caritatevole, per i secoli dei secoli.

[pubblicato sulla rivista Sìlarus e nella raccolta La fabbrica delle ragazze]

[illustrazione di Emanuele Dascanio]

La femme robot

Pubblicato su La zona morta

C’était une tranquille et chaude journée de printemps, les petits oiseaux faisaient ce que font les petits oiseaux, les facteurs faisaient ce que font les facteurs, et les petites vieilles… On ne peut pas dire ce que faisaient les petites vieilles, parce que le pape était encore en Italie.

Notre femme robot s’en allait sur la route en grinçant des hanches, tout en se dévissant un téton pour y mettre de l’huile. Elle était entièrement démontable, une vraie poupée, et absorbée par l’onction de son téton. Elle était l’image divine de l’érotisme robotique sur la terre. Elle se rendait à la quincaillerie de la Place Magnan, et il n’y avait pas de femme robot comme elle, la notre était vraiment la meilleure femme robot jamais vue à Nice, surtout parce qu’elle n’était pas complètement robotique, mais… Deux secondes ! Tu ne peux pas dire ce que tu allais dire ! Et pourquoi ? Où est le mal si notre femme robot avait quelque chose d’humain  ? Quelque chose ? Oui, un tout petit quelque chose… Non non non, on ne peut pas le dire, car il y a le pape en Italie. Mais notre femme robot habitait en France. Alors, tu peux le dire. Continue donc.

Bien, notre petite automate aux formes généreuses avait la…  Non, attends ! Qu’est-ce qu’il y a encore ? Ça ne se dit pas, tu ne te rends pas compte qu’on ne dit pas ce que tu allais dire ! Ce livre pourrait tomber entre les mains de personnes âgées et d’enfants, et en plus, il est trop machiste. Machiste ? Oui, machiste. Comment te permets-tu de me traiter de “machiste”, moi qui aime toutes les femmes, de la première à la dernière ! Peu m’importe, continue ton histoire stupide sur ta femme robot si tu veux, mais ne dis pas ce que tu allais dire. Que j’allais dire quand ? Mais à l’instant, Nom de Dieu ! OK, d’accord, je ne peux même pas utiliser une petite métaphore, comme ça, juste pour mettre sur la voie ? Tant que ce n’est pas une métaphore de ton cru, machiste comme tu l’es toujours toi-même, Frank. Cette histoire de machisme devrait être mise au clair, je ne veux pas te décevoir. Après tout, je tiens à ton estime.

Bien, ma femme robot se promenait donc, elle venait de se faire joliment déboulonner. Frank ! Qu’est-ce qu’il y a, qu’est-ce que j’ai dit ? On lui avait revissé des pièces après la révision semestrielle chez l’électro-gynécologue. Elle se rendait à la Place Magnan, la mer et la Promenade se reflétaient sur sa carrosserie. Elle voulait aller chez Brico. Tu sais, Brico, cette quincaillerie énorme ? Oui, je la connais. Continue, abrège. Tu deviens déjà ennuyeux, comme d’habitude, à décrire et à répéter sans cesse. Comment ça, “ennuyeux” ! Pourquoi “ennuyeux” ? Je te raconte la plus belle histoire qui me soit arrivée, et tu dis que je suis ennuyeux. Si notre petite automate était là, pour sûr qu’elle m’apprécierait. Je lui passerais une bonne couche d’antirouille, et je l’enverrais dare-dare chez Brico pour faire son shopping.

Elle s’en allait faire son shopping à la quincaillerie, c’est vrai, quand en traversant la route sans bien pivoter sa tête à gauche et à droite, elle fut renversée par une voiture des années 80, aux pare-chocs en fer. Tu te rends compte : Avec tous ces véhicules, il fallait que ce soit justement une voiture de ce genre qui renverse notre femme robot ! Ah, ma pauvre femme robot était mourante, ses tétons s’étaient dévissés et ses hanches étaient toutes démantelées. Ça lui faisait un cul énorme et cabossé comme si elle s’était goinfrée au Mc Donald pendant dix ans.

Elle fut amenée à l’hôpital des robots, sur la colline de l’Ariane, l’endroit où tous les robots étaient démontés puis revendus pour les aspirateurs, les mixeurs, ou les vibromasseurs. Dès qu’elle fut entré dans la salle d’urgence pour les robots, le Docteur Vinicius se rendit compte de la gravité de la situation. Il lui prit le pouls, le lui remit d’aplomb, puis il demanda 100mg de castrolmorphine et commença sans plus attendre le massage cardioandroique. De toute évidence, notre petite automate n’était pas mal du tout. Je n’en doutais pas. Eh, elle était parfaite, elle n’avait même pas trente ans bioniques. Même si elle était presque morte, sa beauté, et surtout, sa part humaine, touchèrent Vinicius, qui se mit à presser de plus en plus fort. Et à force d’être pressée, pressée, pressée, la petite automate rouvrit les yeux.

Après s’être éveillée, notre femme robot dut croire qu’elle était au paradis de la robotique. Elle se palpa partout pour vérifier qu’aucune pièce ne lui manquait, et se leva. L’équipe médicale demeura abasourdie, car pour nous autres les humains, il aurait été impossible de se lever tout de suite après un accident de ce genre. Mais où suis-je ? Que m’est-il arrivé ? Elle était plus belle que jamais, sa sensualité était légère malgré le poids des boulons qu’elle portait, la délicatesse avec laquelle elle se tâta le front était sans pareille.

Le Docteur Vinicius était très heureux de lui avoir redonné la Vie, il sentait en lui la joie sans fin de la procréation, il était excité et aurait voulu…

Frank ! Ce n’est pas possible, tu ne penses qu’à ça ! Et qu’ai-je dit ? Arrête donc. A chaque fois que tu m’interromps, tu me fais perdre le fil de l’histoire. Où en étais-je ? Ah oui, le Docteur Vinicius et son… Attends, laisse-moi finir la phrase : son désir brûlant d’épouser la petite automate !

En effet, plus ou moins un mois après l’accident, dans le quartier de l’Ariane, quartier de dévergondés et plein d’immondices spatiaux, à Nice Est, eurent lieu leurs noces interespèces. Comment était-il possible qu’un homme tel que Vinicius épouse notre délicieuse petite automate ? Pour le voir de mes propres yeux, je me précipitai à l’église, l’église Saint Pierre, l’une des plus malfamées de la ville. Tout le monde savait qu’à Saint Pierre, n’importe qui pouvait se marier en échange d’une offre généreuse. La femme robot avait été remontée à la perfection, chaque pièce était revenue à son emplacement. J’eus l’impression qu’on avait même remplacé ses lèvres par une autre paire de lèvres en gel siliconé, qui devait provoquer un plaisir sublime lorsque…

Maintenant arrête, tu deviens un vrai obsédé ! Mais je n’ai rien dit du tout, je parlais de la prière, la prière pour le pape. Que vas-tu donc penser ? Je ne sais pas, c’est toi qui as dit qu’en France il n y avait pas le pape.

Bien, ils étaient en train de se marier et le prêtre prononça la fatidique phrase rituelle : Que celui parmi vous qui s’oppose à cette union parle maintenant, ou bien se taise à jamais !

Oui moi, dis-je, j’ai quelque chose à vous dire à tous. Cet homme a manipulé le cerveau de la femme robot et s’est arrangé pour qu’elle tombe amoureuse de lui. Mais elle m’est destinée, vous comprenez ? J’en suis amoureux, jusqu’à la plus petite vis. Et il en serait de même pour elle sans ce monstre. Maudit sois-tu ! Qu’est-ce que tu lui as fait ? Confesse-le aujourd’hui, devant ces fidèles, même si en France il n y a pas le pape !

Vinicius portait un petit costume blanc tout lustré, qui n’était pas sans rappeler sa blouse de médecin, et il serrait dans une main une télécommande. C’est ça ! C’est comme ça qu’il la contrôle ! Remets-moi cet engin, salaud, je te l’ordonne ! Les fidèles dirent : Ohhhhh. Le prêtre passa ses mains potelées sur son visage, il n’imaginait pas que sa phrase aurait déchaîné un tel enfer, sinon il ne l’aurait jamais dite. Le médecin était un vieux filou, il se libéra de mon étreinte et s’échappa par la porte principale. Il jeta à terre l’objet qu’il serrait dans sa main et se glissa dans sa vieille voiture des années 80 avec des pare-chocs en fer. Les pare-chocs en fer ! Il avait tout planifié depuis le début, il était diabolique, c’était un homme rusé et diabolique, aucun doute là-dessus.

Mais l’important, c’était que pour l’heure nous étions seuls, moi et ma petite automate, qui pour la première fois de cette histoire, parla en ces termes : Frank, mon aimé, tu sais à quel point je t’ai aimé, aimé, aimé, aimé.

Elle devait vraiment t’aimer beaucoup pour le répéter quatre fois ! Non, elle s’était bloquée, quelqu’un avait donné la télécommande aux enfants qui portaient les alliances, et ces petites teignes s’étaient mises à jouer avec les touches “Listen & Repeat”.

Ainsi, je la leur arrachai des mains et la cassai en mille morceaux, puis je mangeai les morceaux pour éviter qu’ils soient retrouvés puis remontés par Vinicius et ses complices. Mon aimée continua à parler, j’étais trempé de sueur et j’avais encore le souffle coupé par l’émotion : Je t’ai aimé depuis que nous nous sommes connus au rayon jardinage de Brico et que tu m’as mise au point en me dévissant et en me revissant et en me dévissant et en me revissant et en me dévissant et en me revissant et en me dévissant et en me revissant encore.

C’était quoi, là ? Une autre télécommande ? Non, là elle l’a vraiment répété quatre fois.

Moi aussi je t’aime ma petite automate, fuyons ensemble, nous serons heureux sur l’île intergalactique de Neapolys, dans l’hémisphère sud de l’univers, nous mangerons des dattes de l’espace et nous ferons l’amour en apesanteur, en voltigeant dans l’espace, en voltigeant, en voltigeant, en voltigeant, en voltigeant…

Ma petite automate me prit par la main et me répondit de sa petite voix douce : Mon amour, malheureusement il y a quelqu’un d’autre dans ma vie ! Je sais que tu es le seul à avoir touché de ta main ma part humaine, la part que vous préférez, vous autres les hommes. Mais, à part le cerveau, ( Le cerveau ? ) je suis dotée de milliers de vis, de fils rouges et jaunes, et de puces électroniques. Et tu n’es qu’un homme, tu es fait de chair. Et alors ? Mon coeur peut battre plus fort, il peut battre pour deux, si tu me le demandes. Et mes mains peuvent plier le fer pour venir à toi, mon amour. Non Frank, tu n’as pas compris. En effet, je n’avais pas compris. Tu es fait de chair, entièrement…

Quoi ? La femme robot t’a dit exactement ça ? Eh oui, et elle m’a dit aussi que le Docteur Vinicius avait consacré sa vie à la recherche pour améliorer les êtres humains, enfin, les hommes. Il semble qu’il se soit offert comme cobaye en se faisant transplanter quelque chose que moi, avec mes modestes X centimètres, je n’aurais jamais pu égaler.

Ne le prends pas mal Frank, je suis une robot. En effet, tu n’es qu’une robot. Je ne t’ai jamais dit que j’avais un coeur. Laisse tomber, laisse tomber…

Ma petite automate me fit tellement mal avec ces paroles métalliques que je décidai d’aller dans une clinique privée pour connaître le prix d’une greffe androrobotique.

J’ai trouvé une belle clinique à Las Planas, les fenêtres donnaient sur la sortie de l’autoroute, on aurait dit un ovaire énorme dans lequel entraient tous les spermatozoïdes immatriculés 06 à une vitesse incontrôlée, parce que la route était en pente.

Mais bon sang, qu’est-ce que tu dis ? Les spermatozoïdes n’entrent pas dans l’ovaire, mais dans l’ovule. Oui, d’accord, d’accord. Mais quelle importance ça a, la destination des spermatozoïdes ? C’est à toi de le savoir, c’est ton histoire, pas la mienne.

Quoi qu’il en soit, l’infirmière de la clinique m’a regardé de bas en haut, puis à nouveau de haut en bas ; elle m’a demandé pourquoi je voulais faire une chose pareille. Par amour. Amour ? Oui, l’amour pour la femme robot, la femme robot qui m’a brisé le coeur. Alors, voyons ce que nous pouvons faire pour vous !

Je portais un beau complet gris, une chemise bleu nuit et une cravate bleu nuit noire.

Quelle différence pourrait-il bien y avoir entre la nuit et la nuit noire ? Je t’explique tout de suite : la nuit est noire alors que la nuit noire est bien plus noire. Bravo, mais tu es trop fort Frank, on voit vraiment que tu es écrivain.

Et de toute manière, cette histoire ne parlait pas de moi, ni de mes chemises et ni de mes cravates, mais de la petite automate seule. Comment ça “seule” ? Tu n’as pas dit qu’elle s’était enfuie avec Vinicius parce qu’il était mieux monté que toi ? Ecoute-moi bien ! Je n’ai jamais dit une telle chose !

L’infirmière m’a regardé et m’a dit : Voyons ce que nous pouvons faire… Elle m’a baissé le pantalon, elle s’est courbée et elle m’a examiné, en faisant en sorte que ça ne ressemble pas trop à une scène de film porno. A ce moment, j’ai eu l’illumination. Le cerveau n’était pas la plus belle partie de ma petite automate. Voilà pourquoi j’en étais tombé amoureux ! C’est ainsi que j’ai pris l’infirmière dans mes bras et que je lui ai donné un gros baiser sur la joue. Je l’ai remerciée de m’avoir aidé et j’ai couru jusqu’à chez Vinicius à l’Ariane. J’étais un homme défroqué qui sortait en courant d’une clinique androrobotique.

Tandis que je conduisais, je sentis que tout revenait progressivement à son état d’origine. Je parle des sentiments, de l’instant où tu te rends compte que, tout ce que tu ressens, tu peux aussi ne pas le ressentir du tout, parce que personne n y prêtera attention.

Arrivé à l’hôpital Sainte Marie, j’ai demandé où je pouvais trouver le Docteur Vinicius, le scientifique. A l’accueil, il y avait deux garçons maigres aux cheveux ras, c’était comme s’ils n’avaient jamais eu de cheveux ni de sourcils. Tous deux m’ont ri au nez et m’ont dit : Sachez que Vinicius n’est pas docteur et encore moins un scientifique. C’est juste un vieux patient.

Quoi, un patient ? Et la réanimation, alors ? L’opération de ré-assemblage ? Les soins procurés à la femme robot ? Ce ne sont que des histoires que vous avez inventées, monsieur, parce que vous ne vouliez pas admettre qu’on vous avait quitté pour quelqu’un de mieux monté que vous.

C’était impossible, je n’y croyais pas, je ne pouvais pas y croire. Deux secondes ! Et l’infirmière alors ? Je ne l’avais pas inventée, elle… Malédiction, je m’étais rendu compte trop tard que la réalité est encore meilleure que la fiction. Oh, ma petite automate, où diable as-tu bien pu te fourrer !