Racconti

Breve dialogo sulla felicità, Montevideo, maggio 2014

Il racconto ispirato al mio incontro con l’ex presidente della Repubblica uruguaiana, José Mujica, stampato in 10.000 esemplari grazie a un crowdfunding e distribuito gratuitamente nelle scuole italiane e francesi durante una serie di conferenze sulla felicità.

“Ringrazio José Pepe Mujica, il quale mi ha dato il permesso di utilizzare alcuni estratti dei suoi discorsi pubblici, liberamente tradotti dallo spagnolo, nonché della chiacchierata informale che abbiamo tenuto, con lo scopo di diffonderli nelle scuole europee, tra i nostri giovani pensatori, affinché comprendano l’importanza di essere liberi e un domani diventino cittadini o politici migliori di noi”.

Scarica una copia gratuita.

_____________________________________________________

Brief Dialogue on Happiness with Pepe Mujica

10.000 copies have been distributed for free in Italian and French high schools. The English version has been presented at Florida State University, Augusta University, and SAMLA National Convention. I am indebted to Professors Lisa Wakamiya and Barbara Hamby (Florida State University) for their precious advice.

This is a story about happiness. I realized that happiness is the only human passion which will never perish under the modern politics of hate and obsessive competition.

Download the English Version.

_____________________________________________________

Breve diálogo sobre la felicidad

La versión original en español. La escribí en Uruguay en 2014 y la publicaron en la Revista de la Biblioteca Nacional de Montevideo.

Nunca olvidaré los amigos que me ayudaron a cumplir con esa pequeña misión…

Descarga una copia aquí.

 

_____________________________________________________

La fabbrica delle ragazze, racconti, Marsiglia 2006

“La sala era talmente piccola che ogni nota entrava nella nostra testa senza preavviso, bastava distrarsi un secondo e tutto diveniva forte e rosso, assumendo i colori che dovevano essere nella sua testa.
Il ragazzo aveva appena vent’anni, arrivava da Metz, e stava suonando il vecchio pianoforte della padrona del bar; era giovane, è vero, ma non aveva nulla da invidiare ai grandi musicisti jazz che avevano toccato quei tasti, adesso ingialliti. Indossava una camicia a quadri, di un verde militare, e pantaloni cachi; era, a vedersi così, nulla di più che un giovane di passaggio per il paese; aveva capelli già sudati e un po’ di barba. Capelli lisci come quelli del tale seduto accanto a me, anche quel giorno, come tutti i giorni, da tre mesi.
Le note deliziavano le pareti dell’Absinthe Bar e dopo due canzoni era già incominciata questa storia.”

_____________________________________________________

La Catedral del tango, racconti, Buenos Aires 2014

“Era tardi, non si aspettavano di vederci arrivare. Ma era colpa nostra, non avevamo avvisato. Mangiavano carne e bevevano whisky uruguaiano. Pablo e la sua ragazza sono spariti subito, io mi sono gettato sulla mia poltrona rossa, non c’erano vite passate su quella poltrona, soltanto quelle che ho cercato ogni volta che mi ci sedevo e scrivevo roba del genere, Eda Simeone lo sapeva, ha tolto le loro borse per farmi stare più comodo. Da quanto tempo sei in Uruguay?, mi ha chiesto. Conosceva la risposta, cercava soltanto una conferma nelle mie mani. Quando ti guardano le mani, è peggio che guardarti negli occhi, perché le mani hanno più occhi, questo è sicuro, lo sanno tutti, anche quelli che non hanno né mani né occhi. Io, per il momento, stavo provando a dare le risposte che la cara Eda cercava, senza rivelare quello che pensavo. Sono gli occhi quelli che pensano, noi non c’entriamo nulla, e ogni volta che ci proviamo – a pensare – facciamo un disastro! Da quanto tempo, allora? Da quanto tempo sono qui, su questa sedia?, o qui, in Uruguay? Tutti hanno riso, ero bravo a far ridere la gente, il destino di un pagliaccio al servizio del popolo, ecco, c’era questo e poco più nella poltrona rossa. Da un paio di mesi, ho risposto, era facile, bastava dire un paio di mesi, e invece l’ho guardata, ho guardato Michelle negli occhi e ho aggiunto: non so quanto tempo rimarrò. Perché ho guardato Michelle negli occhi e ho detto: non so quanto tempo rimarrò?

La carne calda nei loro piatti profumava di carbone, il fumo che usciva dalla bocca era denso come quello di una sigaretta, fumavano e mangiavano. Il rumore dei piatti e dei bicchieri era forte, sembrava che mangiassero quelli. Lei mi ha sorriso e mi ha chiesto qualcosa senza parlare. Dopo un po’ di anni passati a fare questo mestiere, succede che impari a riconoscere subito le domande, non quelle fatte per cercare conferme come quella di Eda, ma per altri motivi che il linguaggio umano non è in grado di tradurre.”