La Catedral del tango

La Catedral del tango, racconti, Articoli Liberi, Buenos Aires 2014

“L’energia con la quale Frank Iodice scrive è quasi palpabile. La ricerca della novità si vede nell’impiego di metafore mai sentite, utilizzate dai protagonisti in maniera del tutto naturale.”
–Stéphan Lambadaris, Les Moutons électriques

“Era tardi, non si aspettavano di vederci arrivare. Ma era colpa nostra, non avevamo avvisato. Mangiavano carne e bevevano whisky uruguaiano. Pablo e la sua ragazza sono spariti subito, io mi sono gettato sulla mia poltrona rossa, non c’erano vite passate su quella poltrona, soltanto quelle che ho cercato ogni volta che mi ci sedevo e scrivevo roba del genere, Eda Simeone lo sapeva, ha tolto le loro borse per farmi stare più comodo. Da quanto tempo sei in Uruguay?, mi ha chiesto. Conosceva la risposta, cercava soltanto una conferma nelle mie mani. Quando ti guardano le mani, è peggio che guardarti negli occhi, perché le mani hanno più occhi, questo è sicuro, lo sanno tutti, anche quelli che non hanno né mani né occhi. Io, per il momento, stavo provando a dare le risposte che la cara Eda cercava, senza rivelare quello che pensavo. Sono gli occhi quelli che pensano, noi non c’entriamo nulla, e ogni volta che ci proviamo – a pensare – facciamo un disastro! Da quanto tempo, allora? Da quanto tempo sono qui, su questa sedia?, o qui, in Uruguay? Tutti hanno riso, ero bravo a far ridere la gente, il destino di un pagliaccio al servizio del popolo, ecco, c’era questo e poco più nella poltrona rossa. Da un paio di mesi, ho risposto, era facile, bastava dire un paio di mesi, e invece l’ho guardata, ho guardato Michelle negli occhi e ho aggiunto: non so quanto tempo rimarrò. Perché ho guardato Michelle negli occhi e ho detto: non so quanto tempo rimarrò?

La carne calda nei loro piatti profumava di carbone, il fumo che usciva dalla bocca era denso come quello di una sigaretta, fumavano e mangiavano. Il rumore dei piatti e dei bicchieri era forte, sembrava che mangiassero quelli. Lei mi ha sorriso e mi ha chiesto qualcosa senza parlare. Dopo un po’ di anni passati a fare questo mestiere, succede che impari a riconoscere subito le domande, non quelle fatte per cercare conferme come quella di Eda, ma per altri motivi che il linguaggio umano non è in grado di tradurre.”

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